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Emiliano Grisostolo, Il castello incantato. Zona editrice
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sabato, giugno 28, 2008

Il castello incantato
Emiliano Grisostolo
di Giuseppe Iannozzi
Emiliano Grisostolo ha alle spalle almeno tre romanzi di forte impegno sociale, “L’ultima notte”; “Il grande burattinaio” e l’ultimissimo “Il castello incantato”, tutti editi da Zona editrice. Non temo una smentita se oggi qui dico che “Il castello incantato” è sicuramente il miglior lavoro dell’autore maniaghese, sia per stile sia per contenuti. Emiliano Grisostolo già nelle sue opere precedenti ci ha abituati a temi di grande attualità, come la pena capitale e la pedofilia, riuscendo a mettere bene in evidenza questi mali della società, mali che purtroppo diventano day after day più che mai attuali, drammatici e reiterati. E’ quasi impossibile aprire un quotidiano e non doversi confrontare con una notizia di nera che riguarda la scomparsa di un minore, forse vittima dei pedofili, forse rapito da non si sa chi e chissà per quali tristi fini. La nera oggi ci ha purtroppo quasi anestetizzati di fronte all’idea che nel mondo, ogni giorno, scompaiono nel nulla tantissimi innocenti, che non ritorneranno mai più a casa. E’ il caso di definirli desaparecidos? Ahinoi, la più parte di quei fanciulli che scompaiono da un giorno all’altro, senza un motivo apparente, senza la richiesta d’un riscatto, sono da considerarsi desaparecidos. Se fino a qualche decina d’anni or sono si pensava, erroneamente, che le persone scomparse misteriosamente fossero solo una macabra realtà presente in stati totalitari quali l’Argentina e il Cile, oggi non è più così: chi oggi scompare dalla faccia della Terra, senza di sé lasciare traccia, è una persona comune, di qualsiasi età ed estrazione sociale. Non di rado gli scomparsi finiscono spolpati dai macabri ingranaggi di organizzazioni malavitose – che si annidano nel cuore di quelle società apparentemente più civili e democratiche. Pensare che oggi non esistano più i campi di concentramento è un’ingenuità bella grossa. Il mercato della prostituzione, della pedofilia, dello schiavismo, del traffico di organi umani non si ferma davanti a niente e a nessuno: le autorità, per quanto cerchino di sgominare schiavisti e pedofili – purtroppo ampiamente diffusi anche in Rete, che da alcuni anni è diventata la spiaggia preferita di moltissimi adescatori -, spesse volte si trovano con le mani legate o in un vicolo cieco.
“Il castello incantato” di Emiliano Grisostolo è un noir, un’indagine che parte dalle radici della psiche umana, per svellere in ultimo, nel profondo, le ragioni che spingono alcuni individui a rapire degli innocenti per utilizzarli come pezzi di ricambio da rivendere al migliore offerente. Il romanzo dell’autore maniaghese ricorda per stile crudo e diretto quello di Eraldo Baldini, soprattutto per il romanzo “Bambine”, per la vicenda narrata autori quali il già citato Baldini, Massimo Carlotto, e in una certa misura Dacia Maraini per “Colomba”, tenendo però ben presenti le dovute e sostanziali differenze caratteriali ed espositive fra il giovane Grisostolo e la maestra della narrativa italiana Dacia Maraini.
Nel suo nuovo romanzo Grisostolo ci mette di fronte a un caso di scomparsa: una ragazza, poco più che ventenne, Maria Purini, da un momento all’altro scompare. Maria era una ragazza posata, che non avrebbe mai osato un colpo di testa, quindi la sua sparizione mette subito in allarme la famiglia. Bartolomeo Noti, avvocato in pensione e non più in ottima salute ma sempre attivo, si trova fra le mani il caso. Non lo può ignorare. Non può far finta che non sia accaduto niente e che lui, Bartolomeo Noti, non possa far qualcosa per restituire alla famiglia Maria. Però l'avvocato sa bene che l’impresa di trovare la ragazza, viva, è disperata, tutt’altro che facile e ostacolata da tanti se e altrettanti ma. L’indagine è una corsa contro il tempo. L'avvocato Noti dovrà ricorrere a tutte le sue conoscenze per raccapezzarsi. Dovrà infiltrarsi nelle non-esistenze notturne che si consumano prostituendosi sui marciapiedi; dovrà cercare di carpire informazioni da chi la strada la vive per morire ammazzato di botte e di terrore nel migliore dei casi, e non da ultimo sarà costretto a far appello a tutta la sua forza di volontà per non soccombere sotto i colpi del suo cuore malato. Se c’è un lieto fine in una vicenda drammatica come questa, tra prostituzione e traffico di organi, è un happy end in pieno stile hollywoodiano, dove il The End è solo e sempre l’inizio di qualche cosa di molto più grande.
Nel suo nuovo romanzo Grisostolo ci mette di fronte a un caso di scomparsa: una ragazza, poco più che ventenne, Maria Purini, da un momento all’altro scompare. Maria era una ragazza posata, che non avrebbe mai osato un colpo di testa, quindi la sua sparizione mette subito in allarme la famiglia. Bartolomeo Noti, avvocato in pensione e non più in ottima salute ma sempre attivo, si trova fra le mani il caso. Non lo può ignorare. Non può far finta che non sia accaduto niente e che lui, Bartolomeo Noti, non possa far qualcosa per restituire alla famiglia Maria. Però l'avvocato sa bene che l’impresa di trovare la ragazza, viva, è disperata, tutt’altro che facile e ostacolata da tanti se e altrettanti ma. L’indagine è una corsa contro il tempo. L'avvocato Noti dovrà ricorrere a tutte le sue conoscenze per raccapezzarsi. Dovrà infiltrarsi nelle non-esistenze notturne che si consumano prostituendosi sui marciapiedi; dovrà cercare di carpire informazioni da chi la strada la vive per morire ammazzato di botte e di terrore nel migliore dei casi, e non da ultimo sarà costretto a far appello a tutta la sua forza di volontà per non soccombere sotto i colpi del suo cuore malato. Se c’è un lieto fine in una vicenda drammatica come questa, tra prostituzione e traffico di organi, è un happy end in pieno stile hollywoodiano, dove il The End è solo e sempre l’inizio di qualche cosa di molto più grande.
Per un volta concedetevi il piacere di una lettura che ha da insegnarvi che non si vive in una società perfetta né in una montatura funzionale alla fiction, perché Emiliano Grisostolo affonda il coltello in una piaga aperta più che mai reale, e forse inguaribile sin tanto che gli occhi di genti e di autorità continueranno a soffocare nel buio dell’ignoranza. Dimenticate le facili storie griffate degli autori di moda, che si ergono a paladini delle Patrie Lettere, e guardate invece in faccia la realtà che vi circonda, quella porzione che non vorremmo sapere e che eppure c’è. Concedetevi per una volta una lettura che non sia soltanto mero intrattenimento, perché “Il castello incantato” di Emiliano Grisostolo non è semplice fiction, è anche un castello di crude e terribili verità.
Il castello incantato – Emiliano Grisostolo – Zona editrice – ISBN 978-88-95514-23-9 – 150 pp. – 15 €
Emiliano Grisostolo
parla de “Il castello incantato”
parla de “Il castello incantato”
Perché per “Il castello incantato” un finale che, a mio avviso, è in perfetto stile americano?
Il finale l’ho voluto mettere io, c’era nella bozza grezza. L’editor lo aveva tolto, lasciando il finale dove il magistrato presenta alla stampa il caso appena risolto. Il vecchio finale l’ho voluto ostinatamente io, ma per un semplice motivo. O forse due… Il finale, ripeto, l’ho voluto così perché mi dava modo di avere una storia che finisce tragicamente, con la morte dell'avvocato per arresto cardiaco, infatti stava già male durante il caso illustrato ne “Il castello incantato”, anche se la sua malattia l’ho appena sfiorata, volutamente sfiorata, in attesa del finale definitivo e che è poi nella storia pubblicata. L’ho voluto così proprio perché introduceva di forza la giovane prostituta, che prenderà le redini dei casi irrisolti dopo la dipartita di Bartolomeo Noti, ovviamente non senza problemi... anche se questa non è sicuramente la terza storia della trilogia, ma forse una in divenire e a sé… Infine perché personalmente i finali tragici mi hanno toccato in prima persona: non sono uno che pensa che tutto vada male, più semplicemente sono realista e spesso le cose vanno purtroppo male. I finali belli non mi piacciono, non sempre per lo meno. Lo avrai notato leggendo i miei precedenti lavori. Anche in quelli che ho pubblicato nel ‘97 e ‘98 i finali sono simili. A modo loro, ma simili. Un po’ tutti i miei racconti o romanzi hanno questi finali non scontati, per lo meno spero sia così… eventualmente smentiscimi, lo “pretendo”; e se ci riuscirai, accetterò volentieri le tue osservazioni sempre molto attente. Diversa è invece la sceneggiatura di “Alice”, che due anni fa doveva divenire un film, e che invece è rimasta in un cassetto. “Alice” è un bel romanzo, non troppo lungo, adatto ai bambini, un libro lieto, dove ci vorrà un editing per sistemarlo. Ahimè, ho dei limiti che riconosco; ma il romanzo è bello e commovente, con una morale di fondo, così come spero di essere riuscito a portarla in tutti i miei lavori.
La morte, quella che pervade i miei finali, è dovuta a un motivo ben preciso: la morte di uno dei miei fratelli, 13 anni or sono. La ricorrenza è caduta proprio in questi giorni. Questo fatto mi ha lasciato dentro un senso di realtà che spesso la gente non ha, che spesso non prova, se non dopo aver passato tre ore come quelle che ho passato io all’epoca. Una morte improvvisa, un trauma tirato per le lunghe e inaspettato, avvenuto dopo una corsa in bici - un allenamento (vedi il mio sito) -, dopo una scampagnata in allegria, dopo una giornata di duro lavoro. Un finale tragico che arriva alle otto di sera, quando la gente e i ragazzi di 15 anni dovrebbero sedersi a tavola e mangiare, e poi.... andare a dormire. Ma non per sempre. Quindi per me un senso di realtà che mi ha lasciato dentro una immane tristezza, dalla quale mi sono ripreso, ma che ritorna in maniera prepotente nelle mie storie, nei miei lavori…
Una realtà scioccante che spesso ci coglie impreparati… la morte ci coglie impreparati, il più delle volte. Quando poi queste sono particolarmente brutali, ancor di più, anche se nelle mie storie cerco di renderle veloci e indolori. Ma così ovviamente non è. Il motivo di fondo che, inconsciamente o no, mi spinge a costruire finali drammatici è poi solo questo. Tuttavia non vuole essere un alibi, molto più semplicemente una rivelazione, un motivo e non una colpa, perché in fondo è una mia scelta che in questo caso è andata contro il volere e il consiglio del mio editor, che gentilmente ha accettato le mie spiegazioni.
Scarica il pdf delle prime pagine del romanzo:
by kinglear
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Mara Venuto, all' interno di
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mercoledì, giugno 25, 2008
Mara Venuto su Radio Popolare Salento
Finalmente disponibile in Rete l'intervista a Mara Venuto, all'interno
di "Grafite" su Radio Popolare Salento.
La giovane autrice presenta con la sua viva voce il suo romanzo "Leggimi nei pensieri"
(puoi acquistare la tua copia anche su IBS).
Non c'è un solo rigo da leggere. C'è solo da ascoltare con attenzione,
si tratta difatti d'un'intervista radiofonica.
Per ascoltare l'intervista è sufficiente cliccare sul microfono

o in alternativa sul link
http://www.radiopopolaresalento.it/?p=374

Leggi anche l'intervista a Mara Venuto
a cura di Giuseppe Iannozzi su Dalle prime battute.
by kinglear
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Mara Venuto su SkyVivo di e con Maurizio Costanzo
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mercoledì, giugno 11, 2008

Il blog di Mara Venuto: http://www.ilblorumdimara.blogspot.com/
Domani, 12 giugno 2008, dalle 11 alle 13
Mara Venuto
autrice di "Leggimi nei pensieri"
sarà ospite di "Stella",
il programma interattivo di e con Maurizio Costanzo

che si può seguire sia su internet, in streaming,
che in televisione su SkyVivo

Mara Venuto – Leggimi nei pensieri (In 15. Donne, uomini, ragazzi, vecchi, una bambina: brainstorming in libertà) – Cicorivolta edizioni - collana i quaderni di Cico
ISBN 978-88-95106-16-8 - aprile 2008 - pp. 121 - € 11,00
Ordinalo direttamente qui:
http://www.cicorivoltaedizioni.com/cicorivoltaedizioni_ordini.htm
su questo blog leggi anche
la prima intervista a Mara Venuto
a cura di Giuseppe Iannozzi
Puoi inoltre leggere l'intervista a Mara Venuto sul blog
a cura di Chiara Perseghin, Dalle prime battute.
cliccando sul bannerino o in alternativa qui
by kinglear
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Mara Venuto, intervista all'autrice di "Leggimi nei pensieri", Cicorivolta edizioni
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lunedì, giugno 09, 2008

in copertina, “City” (china e collage su carta) di Claudia Venuto,
elaborazione di Phab Postini
Intervista a
Mara Venuto
a cura di Giuseppe Iannozzi
1. Di te si sa poco o niente: chi è Mara Venuto, forse solo l’autrice di “Leggimi nei pensieri” edito da Cicorivolta edizioni? Racconta qualche cosa di te.La premessa è che non amo molto parlare di me. Infatti, nella vita, essenzialmente ascolto. Ho fatto studi sociali e mi occupo di counseling: la mia è stata una scelta naturale, compiuta, tuttavia, dopo un percorso di auto-esplorazione durato qualche anno. Ho sempre amato ascoltare, le persone mi interessano profondamente, mi nutro di storie. Solo di recente mi sono avvicinata anche al mondo dell’informazione, a seguito della mia partecipazione, via webcam, al format di Maurizio Costanzo “Stella”, in onda sul satellite e in streaming: un’esperienza voluta, che mi ha messa alla prova sotto molteplici aspetti, facendomi crescere molto. Nella vita privata sono una persona serena, vivo un amore molto forte da alcuni anni, ho una sorella gemella artista e una famiglia presente.

Mara Venuto - foto per gentile concessione - [ c ] tutti i diritti riservati
2. So che ami la letteratura, soprattutto quella giapponese: chi sono i tuoi autori di riferimento e perché?
Le mie preferenze letterarie seguono un andamento fasico e, attualmente, mi sento vicina alla narrativa giapponese. Si tratta di una scoperta recente, tuttavia, posso dire che hanno colpito molto la mia immaginazione e il mio mondo emotivo, scrittori come Haruki Murakami, Inoue Yasushi e anche la Banana Yoshimoto dei primi tempi. Pur essendo autori diversi per epoca, storie, temi cari, hanno in comune un senso del tragico ineluttabile e i silenzi, muti ma non vuoti, colmati con solitarie e intense meditazioni. Andando a ritroso, ho amato moltissimo la letteratura sudamericana: Jorge Amado in particolare -“Mar Morto”, ad esempio, è stato una suggestione molto forte nella mia adolescenza-, ma anche Gabriel Garcia Marquez, Isabel Alliende, Luis Sepulveda. Di tutti, mi hanno attratta il legame onirico con la realtà e la passionalità della carne. Nel mezzo, mi sono accostata ad Albert Camus e a George Simenon che considero senza dubbio fra i più grandi scrittori del Novecento. Di Simenon ammiro anche la straordinaria prolificità, senza che mai il lettore possa chiedersi: << perchè quest’altro romanzo? >>; le creazioni linguistiche pulite, lineari; le atmosfere nere degli abissi intimi umani. Potrei elencare tanti altri autori che amo e da cui ho tratto emozioni e stimoli, ma mi rendo conto di essermi dilungata già troppo...
3. Leggendo i tuoi racconti, non ho potuto fare a meno di pensare a due autori, Haruki Murakami e Douglas Coupland, ma anche a molti esponenti dell’avantpop. Questo libro “Leggimi nei pensieri” – che è un vero brainstorming – accoglie fotografie perfette operate su quindici persone, normali o quasi: ci sono disperati, borderlines, drogati, massaie, non-amati, sognatori, sconfitti, amanti rifiutati, schiavi, poeti e persino un frate. Come hai maturato l’idea di dare voce a quindici personaggi diversi eppure fra loro legati da un comune, sottile ma resistente, fil rouge?
Mi sono piaciute molto le immagini che hai creato parlando dei miei personaggi, in particolar modo laddove li hai pensati come “non amati”, e questo perché in effetti hai colto il senso principale di “Leggimi nei pensieri”: le mie istantanee sulle vite di questi quindici personaggi vogliono essere proprio delle carezze. Carezze a volti spesso sfigurati da vite sofferte, soffocanti, ingrate e senza misericordia. Questi racconti sono voce di chi non ha mai trovato il coraggio di parlare, di chiedere, di chiamare; luce su esistenze anonime, quali quelle della maggior parte di noi, che nascondono anche nelle cadute, le tracce della possibilità di risollevarsi. I miei protagonisti sono, come ha ben scritto il mio editore nella quarta di copertina, semplicemente persone: vive, autentiche, finalmente senza maschere, poiché qui, nelle mie pagine, non ne hanno bisogno; non devono difendersi da nessuno, io li amo tutti e quello che mi auguro è che, al termine del libro, i lettori provino tenerezza per loro come per sé stessi. Per tornare poi alla tua domanda, l’ispirazione mi è venuta all’improvviso, senza un perché apparente: ero al cinema, a vedere un fantasy e, come sfilando l’uno dopo l’altro, mi sono apparsi i miei futuri protagonisti, portando ognuno con sé la traccia della propria storia. Nel buio, ho preso appunti sul biglietto e l’indomani, mentre studiavo per un esame, ho lasciato tutto e ho scritto di getto il primo – “Sandra”- . Poi sono venuti, via via, tutti gli altri. L’ordine con cui i racconti sono presenti nel libro, è quello di scrittura.
4. Ti pongo ora una domanda difficile, ma per quanto ti è possibile, ti sarei assai grato se rispondessi.
Dunque, questi sono nel dettaglio i personaggi inseriti in “Leggimi nei pensieri”:
Dunque, questi sono nel dettaglio i personaggi inseriti in “Leggimi nei pensieri”:
- Sandra, una mamma giovane che desidererebbe non esserlo mai stata.
- Fra’ Giorgio, un frate semplice che vive nella pace.
- Franco, poeta finito in strada.
- Djionis, adolescente albanese nella sua nuova patria.
- Santiago, violinista estatico ribattezzato ad una nuova fede.
- Tati, un lungo, doloroso silenzio con il suo fratello gemello.
- Ramòn, “furbetto del quartierino” in fuga nel circo.
- Arianna, diciottenne già grande, pronta a iniziare lontano una nuova vita.
- Matilde, una donna ormai anziana che ha avuto il suo riscatto.
- Piero, studente fuori corso coca-dipendente.
- Tommaso, adolescente impazzito per l’hip-hop.
- Raina, badante bulgara senza più illusioni.
- Carlotta, una bambina con un segreto.
- Eugenio, un maturo omosessuale, nato senza coraggio.
- Nina, la fine della vita con un amore nel cuore.
- Fra’ Giorgio, un frate semplice che vive nella pace.
- Franco, poeta finito in strada.
- Djionis, adolescente albanese nella sua nuova patria.
- Santiago, violinista estatico ribattezzato ad una nuova fede.
- Tati, un lungo, doloroso silenzio con il suo fratello gemello.
- Ramòn, “furbetto del quartierino” in fuga nel circo.
- Arianna, diciottenne già grande, pronta a iniziare lontano una nuova vita.
- Matilde, una donna ormai anziana che ha avuto il suo riscatto.
- Piero, studente fuori corso coca-dipendente.
- Tommaso, adolescente impazzito per l’hip-hop.
- Raina, badante bulgara senza più illusioni.
- Carlotta, una bambina con un segreto.
- Eugenio, un maturo omosessuale, nato senza coraggio.
- Nina, la fine della vita con un amore nel cuore.
Le fotografie che hai fatto di loro, spesse volte in poco più d’un paio di pagine, a mio avviso, sono perfette: con grande sintesi, non scevra di umanità però, hai saputo ritrarre l’esistenza intera di ben quindici persone. Ti chiedo: le persone di cui hai parlato le hai in qualche modo conosciute o sono solamente il frutto della tua fantasia? In ogni caso, complimenti, perché hai del talento e non poco. Quello che hai fatto è un’impresa che risulterebbe ardua al più navigato degli scrittori…
In solo quattro, dei racconti contenuti in “Leggimi nei pensieri”, esistono delle tracce di realtà. Parlo di tracce, perché in nessuno di essi vi è più che un accenno ad un episodio di vita, in qualche modo vissuta da me o altri. L’eticità della mia scrittura prevede che io crei, senza trasformarmi in predatrice di esistenze altrui. Per scelta morale, in virtù del fatto che nella vita mi occupo di raccogliere storie, mi sono imposta di non utilizzare mai quanto ascolto per nessuna delle mie opere, proprio al fine di evitare che venga ad essere inficiato il vincolo di fiducia con i miei utenti. Dunque, no, non posso dire che “Leggimi nei pensieri” sia altro che un lavoro di fantasia. Scrivere i miei racconti è stato come vivere un’esperienza teatrale; mi sono calata completamente, anche se per poche pagine, nelle vicende umane ed intime dei miei personaggi, sfruttando una mia dote innata che è l’empatia. Nella vita di ogni giorno, spesso, da uno sguardo, mi capita di sentire profondamente la pena, come la gioia, la rabbia o l’innocenza di chi incrocio, anche fuggevolmente. “Leggimi nei pensieri” nasce da ciò che la mia affamata immaginazione disegna su quelle brevi “contaminazioni” emotive e, in generale, dall’amore per le persone.
5. Se dovessi imprigionare il tuo lavoro in una categoria, quale sceglieresti? quella della fiction, ad esempio?
Sebbene uno scrittore dovrebbe essere il più profondo conoscitore della propria opera, al punto da non incontrare difficoltà nelle definizioni, in realtà, per me, non è semplice inquadrare “Leggimi nei pensieri” in un genere codificato. Non l’ho scritto pensando a nessuna categoria letteraria, ma ho sempre saputo con certezza che si trattava di racconti e non di un romanzo, o un saggio, o una raccolta di poesia! Scherzi a parte (non sono particolarmente dotata di vis comica!), so bene che il genere fiction o, anche, più precisamente, docu-fiction, è molto di moda oggi per identificare opere rappresentative di spaccati di realtà, capaci di raccontare in modo convincente la contemporaneità, leggendone gli aneliti inespressi e le esigenze ineluse, denunciando storture e aberrazioni, tuttavia, non credo sia mio il compito di incasellare la mia opera in questo o altri generi letterari. Io ho solo scritto; il mio fine era di dar voce all’uomo comune, rendendolo meno impotente, offrendogli dignità attraverso la parola e il racconto di sè.
6. Sei dell’opinione che siano necessari i generi letterari? A tuo avviso è conveniente o no operare un distinguo fra la cultura alta (di Dante Alighieri e Alessandro Manzoni, ad esempio) e quella invece più popolare (di Emilio Salgari e Collodi, giusto per citare due nomi molto conosciuti)? Motiva le risposte, per cortesia.
E’ mia opinione che i generi letterari esistano, sebbene più ibridi e sicuramente meno imprigionati dai canoni del passato, tuttavia, credo anche che, oggi, contino forse più per i lettori che non per gli scrittori, molti dei quali vi aderiscono di impulso al momento dell’ispirazione. Tuttora, infatti, l’identificazione del genere, penso sia un importante orientamento, al momento della scelta di un libro. Quanto poi alla distinzione fra generi di seria A e generi di serie B, istintivamente non mi piace. Ognuno di essi ha la propria dignità e gode dei favori di un pubblico di lettori, inoltre, spesso, vi è una trasversalità: chi ha letto, o studiato, Manzoni -che io, ad esempio, amo molto- o Dante, non è detto che non apprezzi anche Salgari o Collodi! Personalmente non sono per un unico genere, amo leggere e scrivere cose diverse: auliche o popolari o di intrattenimento, a seconda degli stati d’ animo e dei momenti di vita.
7. Recentemente alcuni scrittori hanno costituito una sorta di manifesto, quello della New Italian Epic (vedi collettivo Wu Ming). Le idee avanzate dai Wu Ming, almeno sino ad ora, hanno convinto ben poche persone: più che altro la tesi esposta dal collettivo ha suscitato un po’ di ilarità nell’ambiente critico, e null’altro. Soltanto i promotori della New Italian Epic sembrerebbe che ci credano in maniera piuttosto ostinata. A molti questo manifesto è sembrato un modo furbesco di autoincensarsi e dichiarare così che il postmoderno è morto per dar spazio al neo-epico. La domanda è di quelle cattive, ti avverto, ma l’avrai già capito da te: tu credi nel neo-epico, e se sì, perché? Ed ancora: ritieni che la tua scrittura possa entrare a far parte della New Italian Epic?
Questa è una domanda difficile... Presuppone una profonda conoscenza del fenomeno, tale da aver maturato un punto di vista preciso, anche se personale, attraverso cui interpretarne portata e sviluppi. Di fatto, non posso dire di aver raggiunto, rispetto al Neo-Epico Italiano, un livello di approfondimento tale che mi permetta di prendere una netta posizione; inoltre, non trovo appropriate rigide definizioni per gli esordienti. Posso solo dire che, leggendo il manifesto dei Wu Ming, vi ho trovato enucleati diversi tratti distintivi comuni a “Leggimi nei pensieri”. Per citarne alcuni: l’idea di fondo che la letteratura debba avere una funzione maieutica e il potere di unire, creando legami, pure nella profonda distanza; la commossa partecipazione alle vicende umane dei miei protagonisti e, di conseguenza, l’assenza di qualsiasi distacco o freddezza nello sguardo; la presenza di numerosi personaggi rappresentativi di diversi spaccati di umanità; lo spostamento costante dei punti di vista, il più delle volte inconsueti; la compresenza di complessità e popolarità, soprattutto a livello stilistico e del linguaggio; la narrazione di temi seri resi, tuttavia, in modo non serioso; l’attenzione a suscitare nel lettore il sentimento che tutto possa accadere e che la fine sia ancora da scrivere, nonostante premesse amare; l’amore per il discorso diretto ai fini di un efficace role-play, che faciliti nel lettore l’immedesimazione e l’empatia nei confronti di realtà altre da sé; l’ibridazione dei generi, e qui, penso in particolare, alla letteratura e al teatro. A tal proposito, mi piace definire “Leggimi nei pensieri” una raccolta di racconti/monologhi, in quanto si tratta di testi che si prestano bene alla rappresentazione, uscendo così da un unico genere per approdare ad un altro. Infine, se non ho avuto l’ambizione di produrre un’allegoria del presente, di certo, il fine insito nella mia opera, è di aiutare tutti coloro che la leggeranno, ad uscire anche solo per il tempo della lettura, da sé stessi per incontrare punti di vista magari sconosciuti o molto distanti dalla propria esperienza di vita, aprendosi all’incontro, ad una maggiore comprensione dell’altro, abbattendo i muri del rigetto prodotto, spesso, dalla non conoscenza.
8. A chi è indirizzato “Leggimi nei pensieri”? Mi spiego meglio: a tuo avviso c’è una potenziale fascia di lettori che potrebbe meglio recepire il contenuto del tuo libro?
Come lo stesso sottotitolo preannuncia ai lettori, la mia raccolta ha per protagonisti donne, uomini, ragazzi, anziani e persino una bambina. Non credo, dunque, sia individuabile un unico target di pubblico; io stessa non ho scritto “Leggimi nei pensieri” pensando ad una fascia potenziale di fruitori. Ho immaginato delle storie che attraversassero le generazioni e questi nostri anni e che, in fede a quanto detto prima, permettessero l’ incontro in un non-luogo, quello creato dalla scrittura, fra persone anche molto diverse per età, ambienti di vita e di provenienza, vicende personali, condizioni esistenziali, stili di pensiero, motivazioni e ricordi.
9. In un modo o nell’altro, i tuoi personaggi sono tutti dei borderlines, o degli avanzi della società adoprando un po’ di cinismo: qual è la morale del tuo lavoro?
Non li considero come “avanzi della società”, per me sono semplici esseri umani, come tanti, oggi, mai privi, anche quando commettono errori e feriscono altri o sè stessi, della dignità che appartiene a qualunque persona, indipendentemente dalle condizioni di vita, passate o attuali. La definizione di “avanzi” mostra un punto di vista che non è il mio: esprime l’idea di persone divenute scarti, rifiuti. E’ spesso, questa, l’ottica di chi vede negli emarginati gente che si è fatta da parte, rimanendo indietro mentre il mondo è andato avanti. Quanto poi ai “borderlines”, sono una categoria che mi è particolarmente cara, schiavi e carnefici d’amore, vittime di sé stessi, ed è possibile, in effetti, che qualcuno dei miei protagonisti lo sia effettivamente, anche da un punto di vista clinico! In fondo, però, ciò che conta è che i personaggi che popolano la raccolta, nella buona e nella cattiva sorte, non siano mai impotenti fili d'erba in balia dei venti: qui, l’uomo comune è eroico nel suo vivere, lottare e nel voler essere felice. I protagonisti di “Leggimi nei pensieri", non smettono mai di essere i consapevoli artefici della loro fortuna, come della loro sconfitta, e accettano sé stessi esattamente per quello che sono. Questa, di fondo può essere la “morale”del libro.
10. Questa è una domanda rubata a Marzullo: “Fatti una domanda e datti una risposta!”
Mi porrò una domanda il più possibile aperta, che abbia un respiro ampio, poiché quelle che continuamente si affacciano alla mia mente sono troppo fuggevoli, segnano il momento presente, seguono il corso dei miei pensieri e degli stati d’animo. Così vada per una domanda esistenziale: <<Mara, dove stai andando? Quo vadis, baby?>> La risposta è: <<Vado nella direzione che sento, giorno dopo giorno; nuovi sentieri mi si aprono davanti all’improvviso e io li seguo, perchè qualcosa mi muove. Imboccata la strada, la percorro fino in fondo con tenacia e convinzione. Ho sempre creduto molto in tutto quello che ho fatto. E so che, presto o tardi, il mio quadro sarà completo.>>
11. I tuoi progetti per il futuro?
Sono tanti. E in continua evoluzione. La vita mi sorprende continuamente. Nell’ immediato futuro, porterò avanti tutte le iniziative possibili affinché “Leggimi nei pensieri” sia conosciuto e letto; in autunno inizierò la mia collaborazione con un’emittente televisiva locale, ai fini dell’iscrizione all’Albo dei Giornalisti Pubblicisti. Nel mentre, continuerò ad aggiornare il mio blog, a cui tengo molto, e a scrivere. Sto lavorando alla sceneggiatura di una graphic novel e al mio primo romanzo, ma ho molti altri progetti, anche di scrittura per il teatro. Non sono mai stanca e mi appassiono continuamente a nuove cose, che diventano poi tappe per il mio futuro. Ho molta fede nella vita e nei frutti dell’ impegno.
12. Grazie Mara, sei stata molto gentile e disponibile. Ti auguro tutto il successo che meriti: “Leggimi nei pensieri” è lavoro di chi ha veramente talento – non un libretto usa e getta - ed è quindi giusto che venga accolto e letto dal maggior numero possibile di persone.
Grazie a te, Giuseppe, per le tue domande stimolanti, ricche di contenuto e di spunti di riflessione. E grazie per l’apprezzamento che hai mostrato rispetto al mio libro. La tua è stata la prima critica professionale che ho ricevuto e questa intervista mi ha portata a vedere la mia opera sotto molteplici nuovi aspetti, finora trascurati. Grazie ancora per l’attenzione che mi hai riservato.
Il blog di Mara Venuto: http://www.ilblorumdimara.blogspot.com/
Mara Venuto – Leggimi nei pensieri (In 15. Donne, uomini, ragazzi, vecchi, una bambina: brainstorming in libertà) – Cicorivolta edizioni - collana i quaderni di Cico - ISBN 978-88-95106-16-8 - aprile 2008 - pp. 121 - € 11,00

(Brano tratto da "LEGGIMI NEI PENSIERI")
Raina
Sono andata avanti a morsi di adattabilità. Strofinandomi le spalle ai muri per non disturbare e appiattendomi per ricevere il dovuto. Imparando il silenzio e le fattezze degli altri affinché avessero uno specchio, all’occorrenza.Che è vero, che sopravvive chi si adatta, lo posso giurare ogni giorno sulla mia vita.
Mai visto un animale mimetico da vicino, ma lo porto qui, sigillato sotto la pelle: sono andata avanti solo così.
Sono arrivata su un autobus bianco con una scritta rossa ripassata che, nella mia lingua, dice “Autolinee dell’Est”. Niente di più comune, ma negli occhi rivolti contro di noi, durante le soste, leggevo domande, ipotesi sul suo significato e soprattutto su che lingua fosse e che Paese venisse a lasciare i suoi scarti di miseria che rende poco e niente.
L’autobus “Autolinee dell’Est” viaggiava molto lento, per via del rimorchio con i bagagli di tutte le persone che arrivavano per fermarsi parecchio; tutti poveri certo, ma la pancia del bus non bastava, da solo, a contenere tanti ricordi e radici e pezzi di vite da trapiantare così lontano.
Le mie cose finirono nel rimorchio e così quelle della donna che avevo accanto, ma non c’era un bambino con me che passasse tutto il tempo del viaggio girato, a controllare che il loro passato non si sganciasse e rimanesse indietro, lasciandoli senza storia e senza più legami... non avevo nessun figlio che mi chiamasse a una responsabilità nell’immediato futuro, che mi obbligasse a scavare la forza e le risorse da dentro, perché fossero di conforto a un piccolo che aveva il diritto di non ingoiare disperazione così presto.
La miseria, di sicuro, quel bambino l’aveva già assaggiata tutta, la sua amarezza forse no, perché quando si è in tanti, costretti nelle medesime angustie, ci si sente meno sfortunati. Ancor più se si è piccoli, e molto di quello che ai grandi manca da non poterne più non può interessare.
L’acqua calda? Ma quale bambino, che non sia costretto, ama fare più di un bagno la settimana? La casa scrostata di due stanze e un letto da dividere in troppi? Da piccoli la solitudine raggela più degli inverni che, comunque, si affrontano meglio riscaldandosi uno contro l’altro. Il forno elettrico, la lavatrice, la TV, i vestiti e le scarpe nuove, la carne o la frutta fresca? Scompaiono se hai un bosco in fondo alla strada, animali da cortile con cui giocare e insetti da osservare, vecchi vagoni di treno abbandonati come terra di conquista, calzoni già lisi che anche strofinandoli per terra non impressionano nessuno con un rammendo in più.
Non è la miseria dell’adulto che quel bambino avrà sofferto, io lo so bene, ma la rabbia dei suoi genitori, la furia e l’angoscia di chi guarda a un altro mondo, a un’altra vita, offerta senza un chiaro perché a chi si direbbe non la merita più, poiché si è ingozzato fino a scoppiare e non vuole nessuno alla sua tavola, neppure a raccogliere poche briciole.
Avrà imparato l’odio diffuso che avvelena la sua casa e il rancore per tutti coloro che usano il di-sprezzo come difesa dalla paura. [...]
Credo solo in me stessa e, grazie al cielo, ci credo molto.
Il cuore sento che si ammorbidisce un po’, e temo vacilli, in un solo momento: apro gli occhi nel silenzio, ogni volta ore prima che sia il momento, e immagino davanti a me il mondo.
Mi appare infinitamente bello, ogni cinismo è morto perché so che è domenica.
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Fabrizio Corselli da "I giardini di Orfeo" ad "Amor di Ninfa"
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giovedì, giugno 05, 2008

I giardini di Orfeo
Intervista a
Fabrizio Corselli
a cura di Giuseppe Iannozzi
1. Una domanda facile, o almeno, che potrebbe sembrare tale: chi è Fabrizio Corselli? E il poeta?
Poeta?! Che brutto termine, un po’ come "artista", sono ormai abusati. Preferisco definirmi un creativo, da più senso al mio modo di creare, e più vicino ai miei studi sulla Teoria dell'Immaginario. Per quanto mi riguarda, non riesco a scindere la dimensione poetica da quella individuale, poeta e individuo in me coincidono. Non vedo di buon occhio la solita frase "sono un poeta... sono un artista", come se fosse un mestiere o ancor più scisso dalla persona, o addirittura un titolo nobiliare. Forse sono troppo rispettoso della concezione greca del termine poiein, per questo lo uso con parsimonia. Io sono solo me stesso, un modo di essere che forse risulta anche poetico nella sua piena manifestazione. Forse prima di definirsi poeta, l'individuo dovrebbe interrogarsi sulla domanda "Chi sono io veramente?
2. Come hai incontrato la poesia? Che cosa ti ha dato? Ma forse ti ha tolto anche qualcosa. Caro Fabrizio, parliamo dell'impegno che implica essere poeta e quindi degli strumenti che la tua "poesia" adopera per esprimere sentimenti e contenuti.
Ho conosciuto la poesia grazie alla pittrice Maria Laura Riccobono. Da tempo mi occupavo di racconti brevi e saggistica, ma da essi traspariva già il mio taglio poetico, finché un giorno Maria Laura spuntò con un bando di concorso di poesia. Girai e rigirai quel bando più volte, pensando in effetti che non avevo mai scritto una poesia in vita mia. Allora decisi di esercitarmi ed ecco che venne fuori il testo "Caduta dalle sue grazie". Ma non ero ancora soddisfatto, così decisi di mettermi all'opera; in quel periodo subii anche una delusione d'amore e provai ad esternarlo sul testo, quale migliore occasione per dettare al mio animo le giuste parole... ed ecco che nacquero "Sirene", "Incompiuta" e "Fragranze Notturne". La poesia mi ha dato la possibilità di elevare il mio spirito a più livelli, di operare ricerche di mondi mai visti, di popoli vissuti tanto tempo fa ma ho pagato il pegno nell'aver perso parte della cognizione della realtà che mi circonda. La poesia è pericolosa come ogni forma d'arte... ma solo quando la senti veramente, e quando la dimensione individuale non cela differenze con quella poetica. Essere poeta non è un impegno è un modo di essere se stessi. Ho ritrovato così nella struttura poetica la mia condizione ideale, che ben si sposa con la mia capacità di sintesi, per questo uso molto la metafora e traslati, sono strumenti non che ho scelto ma che si sono dimostrati aderenti al mio modo di essere e vedere le cose. Credo nella naturalezza dell'inconscio; la poesia è scoperta. Credo nella visione archeologica del sapere... è tutto un ri-conoscere.
3. Spesse volte, giustamente, ti sei definito soprattutto "poeta celebrativo". Potresti spiegarmi...
Si, urge un chiarimento ed una spiegazione. Io compongo in due stili diversi; uno per la cosiddetta poesia contemporanea ed uno per la poesia celebrativa. Il mio interesse per essa nasce dal fatto che io amo la tessitura con altre forme d'arte e mi trovo quasi sempre nell'organizzazione con altre Associazioni o Enti che si occupano di Musica o Pittura. Inoltre la mia visione della poesia celebrativa è intimamente connessa alla concezione greca. Questo si riflette immancabilmente nel concetto di aletheos, ovvero di poesia del non oblio. Che significa?! La funzione commemorativa della poesia è qui fondamentale,la poesia è l'arte del non-oblio. I poeti corali esaltarono la loro indispensabilità: senza di loro non sarebbe stato possibile divenire un uomo esemplare in quanto essi erano arbitri del non-oblio: con la parola del poeta l'uomo esemplare diventa tale. Senza l'arte del non-oblio infatti l'uomo esemplare non può essere riconosciuto come tale dal momento che rischia sempre di subire dei rovesci di fortuna che cancellano le sue imprese se non adeguatamente commemorate. La poesia celebrativa ha anche i suoi canoni e le sue strutture, il suo modo di essere scritta, affondando le sue radici nel mito e nel concetto della metafora scultorea, in quanto lo scultore ed il poeta scolpiscono una misura. Bisogna vedere le strofe come blocchi di marmo non giustapponibili tra di loro, una perpetua costruzione di un monumento eretto alla gloria dell'oggetto celebrato. Il tema che io tratto non è una persona ma l'arte stessa. I poeti insistono molto sull'analogia tra poesia e scultura per ribadire la monumentalità della poesia celebrativa e l'abilità artigianale. Ma, a questo punto, il poeta deve anche rimarcare la differenza tra le due arti e i motivi per cui la poesia sia da privilegiare: la parola viene allora celebrata perché più durevole del monumento. Per questo non mi considero un poeta da scaffale di libreria ma sono conscio che lo scrittore senza libro non ha vita facile.
4. Penso che la poesia, per essere interpretata correttamente, abbisogni di una sensibilizzazione corretta nei confronti del pubblico, ovvero spesse volte si è costretti a mettere i puntini sulle "i". L'incomprensione interpretativa nasce forse da una mancanza di strumenti da parte del lettore per comprendere i segni semiologici (o antropologici e biografici) intrinseci nel corpus poetico. La tua opinione a riguardo di un argomento tanto complesso è...
Se ti ricordi bene, su King Lear è anche uscito un mio intervento molto dettagliato sulla Interpretazione e sulla Lettura, e principalmente sulla responsabilità del Lettore. Si va sempre contro lo scrittore, come se fosse un suo problema o un suo errore ma il lettore la fa sempre franca; è ora che ognuno si prenda le proprie responsabilità. Poeta è sempre lo stesso nel medesimo tempo, nel medesimo istante, nella medesima forma esistenziale. La poesia è nata con l'uomo e morirà con esso, rimanendo alla fine la propria essenza come libero afflato, libero di essere fruito dai posteri ma non di essere compresa come molti credono di fare oggi; l'oggettività dell'arte è una leggenda anche per la stessa materia Estetica. La poesia è immutabile, e noi non abbiamo lettori allenati a recepirla. Abbiamo invece lettori irresponsabili che fanno di ogni individuo che si conceda libertà espressive dell'animo, sottoforma di pensieri o filastrocche, poeta assoluto. La poesia ha i suoi canoni e le sue regole che molti hanno tralasciato, vuoi per superficialità vuoi per convenienza, ma la poesia è diretta espressione dell'anima e pensata in appropriata struttura (riguardante il solito dissidio tra espressione e linguaggio). Errore comune di molti poeti odierni, ripercuotendosi di contro anche nel lettore, è considerare il linguaggio parlato come linguaggio poetico. Esprimersi è una esigenza dell'animo ma elevarla ad una posizione che non le spetta è ancor più grave. Si viene a creare così una responsabilità condivisa. Poeta è colui che ancora riesce a rimanere se stesso in questo abisso di luoghi comuni, stereotipi e pochezze, riuscendo a decantare le tinte positive di una realtà sottratta al tempo del divenire. La poesia è atemporale. Il lettore questo non lo capisce poiché è sprovvisto della percezione sublimata in possesso del poeta, una percezione che lo eleva al di là del tempo. Ma l'individuo è schiavo della sua era.
5. "Le accezioni e le metafore dell'ordine immaginario particolarmente ricche di fonosimbolismo hanno un origine remota nella psiche arcaica, ove l'ideazione di immagini non presuppone un gratuito dell'immaginario. Le immagini sono create per una motivazione rituale, e per destinatari non casuali nel caso del poeta Corselli. La figurazione espressa attraverso immagini plastiche è legata originariamente ad un pensiero mitico.[...]", ha detto in un commento al tuo lavoro Emanuele Giordano (alias Luminamenti). Vorrei che spiegassi con parole tue questo concetto magari allargandolo.
Secondo me Luminamenti voleva dire che in effetti io scrivo per una forma mia personale di ritualità elogiativa della poesia stessa, che rimanda agli Archetipi, in cui però le immagini evocate non sono semplicemente prese freddamente dall'immaginario collettivo ma rielaborate e ristrumentalizzate per provocare una ciclicità nella risposta dell'eidos sotteso a quel dato mito preso in considerazione. Come diceva Socrate, un individuo può fare del bene solo se ha l'idea del Bene. Io penso di avere l'idea di Poesia.
6. Qualche volta ti è stato rimproverato di essere criptico, per non dire incomprensibile. Bene, difenditi da questa infondata accusa affinché, una volta per tutte, sia chiaro ai lettori che il sentimento non è semplicemente una metafora.
Non ho nulla da cui dovermi difendere. Mi difendo se mi sento in colpa per avere fatto qualcosa in cui ravviso colpevolezza. Il problema sta proprio in cosa il lettore medio concepisca per poesia. L'uso della poesia fast food crea molti problemi, in cui spesso si dice che per essere poesia il testo deve essere fruibile all'istante. Il problema sta nel fatto che il lettore stesso si sgrava della responsabilità di essere un lettore ideale nei confronti dell'opera. Il sentimento non è semplicemente metafora perché non unilateralmente legato al linguaggio; per cui una volta tolta la scorza alla metafora esce il frutto in tutta la sua compattezza. La metafora, in quanto legata al linguaggio, è un medium molto efficace per arrivare all'espressione più fedele di un moto interiore. Uno dei maggiori problemi del poeta moderno è il suo mancato supporto delle note. Sfiderei a leggere i classici senza le note sottostanti o senza una infarinatura avuta al Liceo.
7. Ma il moto dell'animo, tu, caro Fabrizio, come lo potresti definire? E' forse qualcosa che nasce dai precordi del nostro sentire l'intorno o piuttosto un afflato divino o mitico?
Beh, per spiegarlo ricorro sempre all'esempio del sogno iperboreo: "Lo si assume come sogno iperboreo, ove in un albero più si sale più si assurge all'Assoluto, laddove i rami più protendono alla parte più "alta" più vengono vivificati; laddove la parte più bassa invece di seccare più velocemente come nelle conifere, segue una graduale quiescenza metafisica, dove il non nascere si configura come ritorno a se stessi, come immobilità autoriflessiva che si compenetra con il concetto di dinamismo intrinseco. Alla parte più bassa appartiene l'esperienza pragmatica". L'esperienza è un elemento necessario per essere poi tradotto in vivificazione compositiva, ma l'ispirazione si stacca dal percorso normale, e procede per elevazione dello spirito; il moto dell'animo è visto da me come uno slancio tensivo verso una perfetta imperfezione, che conduce l'essere a trovare il suo paradiso iperboreo nella congiunzione delle due metà archetipiche di un solo fondamento. La ricerca di un origine del tutto, la ricerca di una verità assoluta; una verità che detiene le chiavi del sapere e che scava nelle origini del mondo. La poesia è anche ricerca del sapere.
8. Un passo indietro, pour ainsi dire, quali sono stati gli autori (e i poeti) che maggiormente hanno influenzato il tuo modo di sentire e creare poesia?
Dapprima vorrei puntualizzare che i riferimenti sono individuali. Prima si scava dentro se stessi, si va alla ricerca di un qualcosa che rappresenti la primigenia pulsione alla creazione e poi si passa al confronto con l'esterno. Almeno io così ho prima conosciuto il mio modo di vedere le cose, di esprimerle attraverso idealizzazioni e trasfigurazione. è una condivisione innata ed ancor più inconscia dettata dal nulla, il ritrovare la propria condizione in qualche altro autore. Quando mi sono dedicato ai miti greci in poesia, ancora non conoscevo nel dettaglio Pindaro e Alceo. E proprio partendo da questi ti dico che i miei riferimenti esterni si sono basati e sviluppati sui classici greci, prima tra tutti Saffo e poi Pindaro e Alceo, ma estendendolo ad un discorso più ampio il riferimento è alla cultura greca. Non impazzisco molto per i poeti elegiaci, forse solo Solone mi attira. Lasciando stare i classici greci, molto hanno fatto i poeti tedeschi come Goethe ed in particolar modo Heinrich Heine, i quali hanno dato un grandissimo contributo allo sviluppo dei Lieder in musica classica. Nel nostro excursus spiccano anche i poeti inglesi Blake ed il mio preferito in assoluto, Yeats e non per ultimi Coleridge e Byron. Dei nostri annovero Ungaretti, D'Annunzio, Leopardi, Foscolo ed in particolar modo Petrarca. Questi sono i miei riferimenti letterari, ma se qui ci fermassimo, di Fabrizio Corselli non si avrebbe un quadro chiaro e completo poiché non è solo la letteratura a strutturare il mio intero status poetico. Merita un occhio di riguardo il riferimento alla musica classica. Miei idoli e maestri di armonia sono stati Liszt con la sua carica poetica in musica, creando uno stile che presupponeva poeticità e tinte drammatiche, nelle quali mi ritrovo perfettamente; Paganini con la sua Variazione e concetto di virtuosismo non estremo in appoggio all'espressione musicale; ancora Schumann con il suo delicato approccio allo spirito e struttura, per arrivare al grande Chopin che mi ha condizionato sul Notturno come momento ispirativo per eccellenza, laddove anche il silenzio per un artista è difficile da tollerare, un contesto in cui i silenzi si amplificano e l'estro rimane solo in balia dei propri sensi. E per concludere vi è il terzo riferimento in relazione al settore scultoreo con Fidia al quale ho dedicato ne "I Giardini di Orfeo" una poesia dal titolo "Pentelico fiore"; Policleto ed il suo fondamento sulle proporzioni sull'anatomia umana, concependo la poesia come un nesso organico tra diverse parti, poesia a misura d'uomo riflessa nella struttura; Skopas ed il francese Rodin per il forte pathos espresso nelle loro sculture (cito la Menade Danzante per il primo e "La Porta dell'Inferno” per il secondo). Unificando la poesia, la musica e la scultura esce fuori la concettualità tripartita del mio stile armonico, che fa dei sopra citati mie guide nell'atto compositivo. Ma non mi sono fermato a ciò, andando nel tempo alla ricerca di un mio stile personale, come del resto è una esigenza per tutti. Stile che ho trovato con gli Studi Trascendentali, in cui opero una fittissima sintesi tra grammatica musicale e struttura poetica.
9. Chi secondo te oggi fa poesia? E, soprattutto, c'è qualcuno che è ancora poeta consapevole di se stesso?
Allora, è molto più facile partire al contrario e andarci per esclusione, posso dirti chi non fa poesia. Una pratica comune che osservo da tempo, e che anche un cieco vedrebbe, è quella della seduzione da parte di molte Associazioni o Circoli, le quali pur di accaparrarsi iscritti fomentano e innalzano testi che meriterebbero il bando; condivisa questa anche dalla pratica editoriale, la quale opera con maggiore ombrosità di propositi. Si viene a creare un sorta qualunquismo degenerativo, che causa così la perdita di una efficace valutazione qualitativa di cosa sia o no effettivamente poesia. Ormai siamo invasi da finti poeti, gente che scrive pensierini sul diario e li eleva a forme privilegiate di scrittura. C'è una vera e propria inflazione di scrittori. Una imperfezione nella tua domanda è data dal termine "oggi"; chi fa poesia oggi è nello stesso stato di chi la faceva tempo addietro. La poesia è immutabile, l'elemento essenziale ed importante è che il poeta abbia consapevolezza di se stesso, poiché è impensabile scindere il poeta dalla persona, ed un testo senza nulla di se stesso è un testo sterile e freddo che comunica il vuoto. Ravviso tale consapevolezza, oggi, in Fabio Ciofi che apprezzo molto, poiché nella sua poesia è manifesta la tinta del suo animo, da subito la l'immagine di se stesso, rendendo la poesia interdipendente con la sua persona. Vi sono molti altri poeti poi che apprezzo come Mario Benedetti ed anche Stefania Bufano; quest'ultima presenta una fortissima carica emotiva e forte pathos.
10. Dal latino poìsi(m), dal greco póiìsis, quindi poiêin "fare, produrre": generalizzando, forse banalmente, si potrebbe dire che i poeti non fanno altro che "produrre" parole in rima, tentano quindi di estrinsecare sentimenti e passioni. Ma anche il romanzo, o altre forme di espressione artistica e non, producono "stati affettivi della coscienza", quindi perché la poesia dovrebbe (o potrebbe) essere superiore ad altre forme del "sentire"?
Perché la poesia detiene il dono della concentrazione testuale, ovvero la sua grande capacità di evocazione contenendo l'intero universo in un piccolo spazio, la capacità di dire più di quanto lo faccia un testo prosastico in uno spazio maggiore. La poesia è la divina eletta all'onniscienza. La poesia sta al Cosmo come l'Erebo sta al Chaos. Come la divina Eurinome, dea di tutte le cose, così nata dal Chaos primordiale la poesia nasce dalla disarmonia del linguaggio, dividendo il mondo in due metà... ma quale delle due metà rappresenta la nostra? In quali di queste due metà la nostra nuda Eurinome poetica poggerà i suoi piedi?
11. Quale musicalità include la tua poesia? Credi che sia "essenziale" la musicalità affinché la poesia possa esser detta tale o è sufficiente riuscire ad esprimere uno stato dell'animo con raffinatezza, delicatezza?
Per farti capire bene il concetto di tecnica armonica presente nel mio stilema, ti cito l'introduzione del manuale "Etudes Poetiques", in cui viene trattata la trasposizione della grammatica musicale in struttura poetica. Comunque voglio specificare che ormai seguo il mio orecchio e il mio animo per comporre, le tecniche vengono poi metabolizzate e basta chiudere gli occhi e afferrare la penna ed il foglio. "L'adeguamento a forme auliche che implichino l'uso apparentemente eccessivo dell'artificium retorico, comporta, come del resto solo per la poesia, soluzioni stilistiche a volte inconcludenti; è pur vero anche che esso possa costituire un preciso orientamento estetico di carattere straniante che si discosti dal linguaggio ordinario o che dir si voglia della lingua parlata (non meramente intesa come linguaggio narrativo), rendendolo meno sterile del suo uso canonico.
In questo modo, il linguaggio così prospettato comporterebbe una sorta d'affinamento e intensificazione degli strumenti acquisiti, che non necessariamente s'identifica con un semplice irrigidimento o forma di accademismo; come del resto se si vuole innalzare il testo su un piano d'eleganza estetica e coerentemente equilibrato con le sue parti, che non sfoci nel più estremo esibizionismo eccentrico, si dovrà procedere con un tipo di strategia letteraria che affronti una sorta di bitematismo testuale; tale processo consiste nel far correre parallelamente, come distinto livello isotopico, lo stesso piano ornativo: il ritmo, ora più che mai come in musica, acquista una sua pregnante ipersignificazione ma soprattutto introduce i temi principali del poema (alla musicalità del componimento non viene data più un'importanza secondaria).
Il linguaggio, ha in questo tipo di testo a differenza del resto, seppur una virtuosistica e pirotecnica funzione esornativa (con larghi impieghi dell'Ornamentum retorico) anche una febbrile funzione sensoriale, impiegando una larga quantità d'immagini altamente icastiche e di vibratili contrasti semantici (in quest'ultimo caso è un po' come comporre alcuni brani con uno strumento accordato -"scordato" di un semitono, in maniera tale da ottenere sonorità più corpose ed effetti timbrici stupefacenti). Essi creano, pur in uno spazio contenuto come la parola (polisemia connotativa) o in zone visive di per sé limitate come può risultare, un giardino o uno stagno, una nuova realtà in cui si culla l'identità dello scrittore, una nuova realtà in cui s'addentra il lettore.
La scelta di questa pseudo realtà immaginifica, dominata dal "canto delle muse", enfatizza maggiormente quel carattere specifico e originale dell'opera, individuata dalla sua Aura (nel vero e proprio termine letterario). Questa singolare e ciclica individualità dell'opera, connessa alla civiltà in cui vive (il mondo ordinario e l'immaginario collettivo) e ai modi di fruizione tipici del tempo in cui è sorta, viene omologata e suggellata dal nuovo linguaggio musicale che rivaluta l'ornamentazione retorica, divenendone quasi un genere letterario a sé stante.
La scelta d'inversioni sintattiche, di strutturazioni iperboliche, l'abuso di figure logistiche prese in prestito dall'Elocutio retorica, tendono a sovvertire le leggi naturali del testo, della semplicistica strutturazione diegetica, ampliandone così le possibilità dinamiche e al tempo stesso accrescerne la sensibilità in rapporto all'elemento irrazionale.
Quindi, il bitematismo di un testo è sottoposto essenzialmente ad un tipico processo di sottintese variazioni, sia ritmiche sia di concetto, ma ancor di più di quella divagazione bravuristica dell'elemento ritmico-melodico che non si cura di una energica produzione ed elaborazione dei motivi in senso paradigmatico (cioè di interrelazione tra i diversi elementi del testo).
In sostanza, lo scrittore tratta temi semplici e gestibili dall'immaginario collettivo che la parte solistica (come in musica) dilata e deforma con una forte ornamentazione, cosicché le stesse estreme difficoltà esecutive ed interpretative rendono il tema principale libero da ogni interpretazione e lo estromettono del tutto da una complessa fase dialettica (per quanto possa sembrare un paradosso).
In questa maniera, tale fase dialettica espletata dalla tensione tra le strutture sintattiche, viene diluita e sottomessa al tema ritmico per eccellenza, acquisendo così oltre ad una funzione prettamente d'accompagnamento, una lirica funzione evocatrice.
La produzione letteraria, in questo tipo di processo, non concede allo scrittore di vivere con profonda coscienza i nuclei profondi dei suoi schemi ideativi, esaltandone soprattutto gli aspetti melodici ora appassionati e carezzevoli ora patetici e sofferti, divenuti i diretti dispensatori di ispirazione poetica; il tema musicale ovvero quello ritmico, e di conseguenza quello ornamentale (poiché esso ne definisce il ritmòs) diviene somma espressione e linea guida di un nuovo stile letterario: il testo prende adesso le sembianze di uno spartito musicale (in stretto rapporto parallelistico con l'ornatus retorico), un vero campo di battaglia compositiva, in cui le parole stanno alle note come i versi stanno ai temi principali; un alternarsi ed un imperversare di note e parole concatenate, distinte da ampi fugati strofici e vigorosi passaggi acrobatici che assecondano l'intuito espressivo dell'artista.
Il poeta non compone più secondo una classica tripartizione semiotica delle strutture (sintagmatica - paradigmatica - pragmatica) ma come si potrebbe esprimere con poche parole, segue il suo istinto "musicale"... egli diviene un compositore che opera attraverso spartiti testuali, seguendo non più un flusso di note ma di parole".
Comunque la musicalità non è essenziale, l'importante che l'espressione giochi un ruolo fondamentale, in quanto è il mezzo con cui trasferiamo ad un altro individuo le nostre sensazioni, le nostre emozioni. La questione sulla musicalità, comunque, è troppo complessa e lunga da spiegare in questa sede.
12. Questa domanda te la rivolse anche Emanuele Giordano qualche tempo fa, ma io sono duro d'orecchio, quindi, ancora, il "Poema armonico" da quale necessità poetica e figurativa nasce?
Penso di averti risposto in maniera esaustiva nella domanda precedente.
13. "I Giardini di Orfeo", parlamene. Come sono nati? Da quale esigenza?
"I Giardini di Orfeo" sono nati dall'esigenza di estrinsecare i miei sentimenti, le mie delusioni, il mio modo di percepire la realtà, ma in particolar modo di trovare una risposta a tutto ciò che mi circonda. Abbastanza presuntuoso nella propria inconsapevolezza di essere niente in questo mondo effimero, perché viviamo nell'illusione; una illusione che spesso viene creata da noi stessi... viviamo in uno stato proiettivo come in una macchina virtuale, ma vi sarà risveglio per noi? Il Creativo è colui che riesce ancora a sognare, ad immaginare pur avendo subito lo stacco dei cavi che lo collegano all'unità pensante di quel mondo che egli erige nella sua mente durante l'atto compositivo. Egli conosce, distrugge e crea in base al tipo di corpo posseduto. Ma se non possiede un corpo egli diviene solo una astrazione. Il libro è stato definito la mia "metafisica". Forse un po’ azzardato, ma del resto mi ci ritrovo. Nascono con questo libro i primi dubbi sulla realtà circostante, la prima pulsione a ricercare i nuclei fondamentali di una verità assoluta che non ha padrone e che non s'incunea in una realtà fisica. E quale miglior modo quello di ricorrere al mito greco.
14. La mitologia de "I Giardini di Orfeo", vorrei che la spiegassi ai lettori ma anche a me.
Riferendomi allo studioso Nothrop Frye, il mito primario della letteratura, sarebbe quello della quête, della ricerca, dietro al quale vi è una certa visione del mondo, cosmica o tragica, rapportabile ai cinque stadi della "grande catena dell'essere". "Nella visione cosmica il mondo è una comunità o un eroe che rappresenta l'autorealizzazione del lettore, con gli archetipi delle immagini del banchetto, della comunione, dell'ordine...". Per cui viene effettuata una ricognizione del significato intrinseco che sta alla base del mito per riorganizzare e riforgiare nuovi archetipi, oltre a sfruttare una funzione di rimando che ne esalta il concetto che vi sta alla base.
15. In camera caritatis mi hai quasi confessato che ritieni il tuo lavoro, quello de "I Giardini di Orfeo", un lavoro sorpassato. Sento tanti poeti dire dei loro precedenti che è ormai "roba" vecchia, non più attuale alle loro proprie necessità espressive. Perché? Perché il rifiuto di un'opera? E' abitudine, a mio giudizio abusata, dire che "questo lavoro non lo sento più mio". Io credo che la poesia, una volta data in pasto ai lettori, non appartenga più a chi l'ha scritta; o meglio ancora, continua ad essere del poeta ma in (una) misura diversa e minore rispetto a quando egli la creava. Qual è la tua opinione?
Non so perché. Forse la causa risiede nella difformità temporale della mia evoluzione stilistica. Il libro è datato 2002, ed io sono andato avanti nei miei studi sulla struttura poetica ed armonia musicale, approdando dopo un anno ad uno stile personale definitivo (termine comunque molto presuntuoso dato che si ha sempre da imparare ma rende il senso di ciò che voglio esprimere). Forse sono troppo preso dagli Studi Trascendentali e dalle ultime cose per ritornare indietro e guardare con occhi diversi questo libro, che comunque apprezzo io stesso come autore per due motivi molto semplici: uno per la presenza delle prime poesie che ho scritto nella mia vita, cariche di pathos... uno specchio dei miei sentimenti; due, per la sua veste elegiaca che lo rende scorrevole e dai toni drammatici, non che io sia uno di quelli che si piangono addosso e si auto compiacciono per i propri drammi o disfatte, ma quando l'animo vacilla, l'estro trova la sua oggettività compositiva. Quindi la questione, io penso che sia dovuta a come si è vissuta la fase di composizione, e che ciò porti l'autore a vederla in una certa maniera già prima della stessa pubblicazione. Per quanto riguarda la seconda parte della tua domanda, non posso che darti ragione, l'importante che non cambi lo scrittore nei confronti della propria opera e nei confronti di se stesso. Ti faccio un esempio, riprendendo il discorso sul lettore. Nella nostra epoca non abbiamo un pubblico addestrato come nell'antica Grecia, e lo scrittore deve vedersela con una pluralità e varietà di fruitori; è una poesia che va alla ricerca del proprio lettore e spesso cade in mani sbagliate. E poi questa forma di insoddisfazione è necessaria perché l'autore vada avanti e si sviluppi nel migliore dei modi, un impulso alla ricerca. La stasi è la morte per l'arte.
16. Virtuosismo e morte dell'arte: i loro significati ieri e oggi, ma soprattutto quelli che gli attribuisci tu oggi, in questo momento storico.
A proposito di Virtuosismo e Morte ai tempi c'era una concezione diversa da oggi. Il virtuosismo spesso viene visto come qualcosa di negativo, ma il senso classico era di "artificium" ovvero perizia tecnica. Ormai si è impastato tutto, dove anche lo stesso termine "retorica" viene additato come qualcosa da mettere al rogo. La tecnica fine a se stessa è da evitare, il virtuosismo quello pletorico. Il problema della non comprensione di questo termine nasce da un difetto di fabbrica dell'utente medio, in cui come già annunciato, confonde il linguaggio del parlato con quello artistico. La situazione è di comodo a pensarla così, poiché in questa maniera ognuno di noi può facilmente aggirare l'ostacolo ed elevarsi a scrittore. Non si dimentichi sempre che alla base vi sta il rapporto Espressione - Contenuto, e che la capacità di scrittura è la stessa della descrizione di un sogno, laddove l'abilità sconfina nella sapiente e dettagliata descrizione dei particolari, dei colori, senza i quali l'effetto finale sarebbe inconcludente. Si possono avere grandi idee in testa ma se non le si sanno esprimere , allora cade il tutto come il fianco di una nave. Per quanto riguarda la morte, non credo nella Morte dell'Arte, ovvero ci credo in rapporto al significato di mancata ricognizione dell'elemento oggettivo dell'opera... essa però è inafferrabile!
17. Quali i tuoi progetti per il futuro?
Per il futuro sto ancora lavorando ad un grande progetto, stimolato da Luminamenti che mi ha avvicinato all'Omeros di Walcott, come ti dissi tempo fa. Ed è proprio questo il bello. Per adesso camera mia continua ad essere piena di Atlanti geografici sulla Regione Ellenica, la pianificazione del viaggio del protagonista, invece si è conclusa ma sto decidendo ancora alcune tappe dei luoghi visitati e tante altre cose a livello di intreccio (per esempio il recupero della lira di Orfeo presso l’isola di Lesbo o nuovamente l’incontro con Persefone nei regni dell’Ade presso l’isola di Samotracia). L’opera nasce come celebrazione del Mare Mediterraneo, estendendosi dalla Grecia alla Sicilia, alla quale ho dedicato la maggior parte delle vicende, con la rievocazione di famosi miti di cui essa è stata protagonista. L'opera come anticipai tempo fa, si chiamerà "Odysseus: viaggio arcadico di un satiro danzante"; il titolo non muta, ne sono sicuro. Il satiro in questione è preso dal Satiro di Mazzara del Vallo. Per il resto, sto lavorando ad un corposo lavoro di mitografia greca, ripercorrendo le diverse tipologie dell’Eros attraverso i miti greci più significativi, in una sorta di iter tematico; si chiama “Eos – il risveglio del mito”. Sta uscendo a puntate, diciamo per capitoli, su Città Mia News e poi ne farò uscire una versione unica e sviluppata per le diverse e-zine. A livello di attività letterarie sto invece organizzando dei corsi di Stilistica e Composizione Poetica, qui a Palermo, ed uno in particolare sul tema della rappresentazione del dolore fisico e della compostezza formale in relazione al Laocoonte di Ephraim Lessing.
18. Al solito, come per tutte le interviste che propongo, avrò dimenticato di porgerti una domanda importante, quindi ti lascio libero di parlare a ruota libera o quasi. Mettiamola così: se Fabrizio Corselli dovesse interrogare se stesso come lo affronterebbe allo specchio?
In maniera molto naturale, poiché Fabrizio Corselli non concede riflessi a se stesso e agli altri, perché come detto prima poeta e individuo sono la stessa persona. Sono un tipo complicato, è vero, ma sono semplice nei miei modi di fare, direi anche ingenuo e coerente. Penso comunque di non farmi molto male, so chi sono, cosa voglio, conosco le mie paure e i miei difetti, e sorprese non ce ne sarebbero. Comunque ci andrei molto cauto con naturalezza. Per affrontarlo non bisogna mentirgli, dirgli la verità su ogni cosa e non assecondarlo.
19. In bocca al lupo, caro Fabrizio. Questa intervista mi sa che ti farà sudare sette camicie. Ma dopo una lunga attesa, non potevi mica pretendere che ti inquisissi con della semplice, innocua, acqua santa!
Io aggiungerei anche un'ottava. Questa intervista è stata davvero una bellissima sfida, anche se scritta sotto regime influenzale, spero di non avere raggiunto un alto livello di delirio... del resto come Ales scrive nella prefazione "come il Sigismondo di Calderòn de la Barca: "Che è la vita? Un delirio. Che è la vita? Finzione, ombra, illusione...!"
(gennaio 2004)
Leggi anche: intervista a Fabrizio Corselli, in occasione della sua ultima uscita editoriale libera “Amor di Ninfa”
I blog di Fabrizio Corselli: http://fcorselli.splinder.com
http://www.achilleion.splinder.com
Acquista “Amor di Ninfa” di Fabrizio Corselli su Lulu.comLa morte del Cigno,
ovvero Fuggitiva Bellezza
Un cigno funereo
giace morente
su codesta superficie
d'incantevole chiarore
dai duttili crini d’argento,
mentre il suo ultimo grido
l'anima regge inquieta
in un lacustre antro
di sepolti ricordi.
Sogno uno solo
di quei volteggi, sparsi
in chete acque,
laddove le sue membra
giacciono, ahimè, storte
alla deriva
fra cineree conche
d'un mesto lago
quando muti gorgheggi
al suo corpo donano
l'ultimo addio:
ancora più amaro, è,
verso quel cigno
il sempiterno amore
destinato all'oblio.
Io mi dispero
e finanche mi danno
nell'osservarlo
perire alla luce
di un'appassita Luna:
nessun riflesso
in una coltre di stelle
appena smunte
come foglie d'autunno,
quali piume sospese;
nessun lamento
o alcun guaito
mentre le ali si spezzano,
intrise di un dolore
che il cuore non placa.
Tutto ora tace;
e di reclusa morte
un esule accordo
presto, aleggia
nella mia spoglia mente
finché cinico
quel palpito divora
con artiglio d'aquila.
Così, perplesso,
colgo in quel suo sguardo
un bianco vello
divenir oscurante
eco di lugubre fine.
[ c ] da "Amor di Ninfa" di Fabrizio Corselli, per gentile concessione dell'autore

















