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Hitler decapitato al museo di Madame Tussaud

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - sabato, luglio 05, 2008



Hitler decapitato

al museo di Madame Tussaud



di Giuseppe Iannozzi
 

 
Porta sfiga, grandissima sfiga, portare di nuovo alla ribalta quel pazzo assassino criminale di guerra che fu Adolf Hitler. Nessuno mai potrà perdonarlo, eccetto gli esaltati naziskin sotto il pondo dell’aberrante ideologia nazista o della pura – e però estrema – ignoranza.
 
La statua di cera di Adolf Hitler doveva essere esposta al museo delle cere di Madame Tussaud a Berlino.
Nei giorni scorsi le polemiche sono state molto accese: il museo si era attirato più di una critica negativa per la decisione di ospitare il fuhrer. Ci si è giustamente chiesti se era davvero necessario che il Fuhrer fosse accolto nella collezione di personaggi famosi accanto al presidente francese Nicolas Sarkozy e al filosofo Karl Marx. Un politico della Cdu ha definito la statua “disgustosa”. Una portavoce del museo, Natalie Ruoss, ha spiegato che è stata data molta attenzione al contesto in cui il dittatore del Terzo Reich è rappresentato: non come una figura da riverire, ma come un uomo fallito, ritratto nel suo bunker agli sgoccioli della Seconda Guerra Mondiale. La spiegazione di Natalie Ruoss è servita a poco o nulla: la statua di cera è disgustosa con o senza bunker, disgustosa per tutto quello che rappresenta. E’ un attentato alla civiltà, è un oltraggio nei confronti dei tanti milioni di persone che sono state ammazzate dalla follia nazista del fuhrer, che di umano ha solo l’inumanità dell’anticristo.
 
Un uomo di 41 anni ha staccato di netto la testa al fuhrer. La statua di cera è oggi decapitata. L’uomo ha agito all’interno del museo di Madame Tussaud subito dopo l’apertura. Lo ha riferito all’Afp un portavoce della polizia locale. “'Ha colpito un testimone che voleva impedirgli di toccare la statua ed è riuscito a staccare la testa di Hitler”, ha spiegato il portavoce, Uwe Kozelnik: “Voleva protestare contro l’esposizione della statua di Hitler.”
Nei suoi confronti è già stata esposta denuncia “per danneggiamento di materiale e aggressione.”
 
Quest’uomo merita invece una standing ovation da tutti gli uomini che oggi credono e si ritengono civili.

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 13:25 | politica, riflessioni, polemiche, cronaca, nazismo, primo piano, prima pagina, ultime notizie, scandali, nazisti, società e politica, notizieflash, opinionismo, last news | clicca per commentare commenti (4)



Anna Tatangelo: per Monsignor Rocco Favale

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  -


Anna Tatangelo per Max


Anna Tatangelo


ma chi è questa ragazza-copertina?


Per Monsignor Giuseppe Rocco Favale

“è uno schiaffo alla morale cattolica”
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 

 
Ma chi è Anna Tatangelo?
Noi che non l’ascolteremmo manco morti, ce la ricordiamo per il solo fatto che si è rifatta le tette. Delle sue canzoni, detto papale papale, non ce ne potrebbe fregar di meno. Per dirla in maniera ancora più esplicita, senza peli sulla lingua: noi non pagheremmo un solo centesimo per ascoltare un concerto della Tatangelo, perché siamo dei viziosi che ancora amano le grandi voci e il vero talento, quello della Tigre di Cremona, Mina, quello di Giorgia e di Elisa, giusto per restare su suolo italiano.
Monsignor Giuseppe Rocco Favale, vescovo di Vallo della Lucania (Salerno), polemizza con santa ragione di fronte all’esosità della Tatangelo: «Costa troppo, decine di migliaia di euro, è uno schiaffo alla miseria». Favale ha un diavolo per capello, la Tatangelo proprio non gli va né su né giù: poi scopriamo attraverso le colonne de “Il Mattino” che a dargli fastidio non è tanto il cachet megagalattico, ma, au contraire, il fatto che la presenza dell’Anna coincide con le celebrazioni della Vergine, quindi «è uno schiaffo alla morale cattolica». La Tatangelo è colpevole d’aver rovinato una famiglia, quella di Gigi D’Alessio che ha abbandonato la moglie per stare insieme a una di ben vent’anni più giovane - senza il sacramento del matrimonio: «Quella donna non fa per noi». Il Monsignore ce l’ha su con la Tatangelo anche per la canzonetta dedicata a un amichetto gay, una canzone scritta da Gigi D’Alessio e che, in tutta sincerità, è solo scandalosamente banale e investita di luoghi comuni, di quei common places che mettono alla berlina i gay.  
 
La Tatangelo, che si dice una fan di Mina, replica a Monsignor Rocco Favale: «Sono cresciuta con un’educazione cristiana. La Chiesa, nella quale credo profondamente mi ha insegnato che agli occhi di Dio siamo tutti fratelli, tutti uguali. Trovo anacronistiche e ipocrite queste polemiche. E’ un dato di fatto che oggi, i giovani e le persone in generale, sono più distanti dalla Chiesa. Ma come avvicinarsi quando da parte delle istituzioni religiose c’è una tale chiusura? Le separazioni, l’omosessualità esistono, e trovo assurdo chiudere gli occhi ed escludere le persone solo perché ‘diverse’. E’ troppo semplice attaccare una ragazza di 21 anni, senza neppure tener conto dei suoi sentimenti. Mi chiedo perché gli stessi attacchi non vengano rivolti anche ad altri personaggi pubblici, che dovrebbero essere un esempio e un modello come e più di quanto lo sia io. Inoltre, io faccio solo il mio lavoro, che è quello di cantare. E sono orgogliosa e onorata come cristiana e come donna di poter cantare per la Madonna delle Grazie». Ecco il punto dolente e amaro: “escludere le persone solo perché sono diverse”. Lo dice la Tatangelo cercando invano di portare acqua al suo mulino. Se è vero che la Tatangelo è cresciuta sotto la morale dei sentimenti cattolici, allora è ancora imbottita per bene di ridicoli ma pericolosi stereotipi, difatti crede che i gay siano persone diverse. No, cara Anna: i gay sono persone, punto e basta. L’unica a essere diversa sei tu, insieme a qualche migliaio di altre donne che amano riempirsi di silicone il petto.  
 
Pensare alla Tantangelo come a una femme fatale è a dir poco ridicolo: sarebbe difatti più giusto pensarla nelle vesti d’una ragazza un po’ tanto viziata, perché stringi stringi è quel che è, una ragazza che si rifà il seno e che poi fa un servizietto fotografico per Max. E se la Chiesa è così poco furba da pagarle un cachet di migliaia di Euro, invece di aiutare chi bisognoso secondo i sacri insegnamenti del Vangelo cristiano, allora anche la Chiesa è colpevole tanto quanto Anna.


New Female Epic

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 10:39 | musica, donne, polemiche, spettacoli, lavoro, religione, cronaca, satira, primo piano, cantanti, women, prima pagina, cattolicesimo, ultime notizie, notizieflash, opinionismo, editoriale di g iannozzi, new female epic | clicca per commentare commenti (14)



Paolo Giordano, Premio Strega 2008: come al Festival di Sanremo

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - venerdì, luglio 04, 2008



Paolo Giordano

La solitudine dei numeri primi
Premio Strega 2008



E' oramai confermato che il Premio Strega
è diventato ben peggiore del Festival di Sanremo.






Poche righe, come un epitaffio: l’edizione 2008 del Premio Strega è stata consegnata nelle mani di Paolo Giordano. “La solitudine dei numeri primi” insieme a “Come Dio comanda” di Ammaniti - che vinse la precedente edizione, anch’esso autore della scuderia Mondadori - sono il segno indelebile d’una decadenza culturale e letteraria pressoché totale. In Italia, oramai, si premiamo sol più thrilleristi dell’ultima ora e romanzetti rosa spacciati per profonda indagine sociale ma zoppa, o per meglio dire handicappata in pieno. Mazzantini, Veronesi, Ammaniti, Giordano: se la letteratura è davvero sotto i loro piedi, allora meglio lasciarsi lobotomizzare dal tubo catodico.

Paolo Giordano lascerebbe indietro gli altri finalisti: al secondo posto Ermanno Rea con “Napoli ferrovia”, 118 voti; al terzo posto Cristina Comencini con “L’illusione del bene”, 43 voti; al quarto Diego De Silva con “Non avevo capito niente”, 22 voti; quinta e ultima Lidia Ravera con “Le seduzioni dell’inverno”, 20 voti. Il seggio, ovviamente, presieduto da Niccolò Ammaniti, ha registrato un’unica scheda bianca, forse dell’unico giurato con un po’ di sale in zucca e rispetto per sé stesso e per le Patrie Lettere.

Il Premio Strega oramai è diventato ben peggiore del tanto chiacchierato Festival di Sanremo – dove da anni i cantautori seri non si fanno più vedere né sentire: i grandi scrittori lo snobbano lo Strega e non ci tengono proprio a partecipare. C’è forse nell’aria la netta consapevolezza che il premio è diventato una vetrina commerciale che la meritocrazia non sa più da che parte stia, per cui non serve né criticarlo né occuparsene troppo a fondo.

E’ il caso di dire che lo Strega si è scavato la fossa da sé? Parrebbe proprio di sì.





Genna, caro Giuseppe Genna,
neanche quest'anno hai vinto lo Strega;
ma non ti condannare a vivere nel tuo bunker,
perché son certo che il prossimo a vincere
sarai tu, magari con un romanzo sulla moglie di Hitler!

Io nell'intanto ti omaggio con la statua di cera
di quel gran bastardo figlio di puttana pazzo assassino
protagonista del tuo ultimo lavoro di penna.

Non c'è proprio Giustizia, neanche nel mondo delle lettere!
Ma consolati, perché è uguale anche nell'universo delle veline
.




by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 14:09 | libri, editoria, autori, ultime notizie | clicca per commentare



Bambole fatali!

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  -


la rosa di Chatterly

la rosa di Chatterly




Bambole fatali!



di Giuseppe Iannozzi






Sventola, bionda di grano
 
 
Sventola, molla la casa di bambole
Bambola, ho preso la decisione,
da te comprerò una rosa bella rossa
e te ne farò dono
 
Bambola, indossa il vestito più in,
quello che lascia poco all’immaginazione
e andiamo a farti invidiare dalle vecchie
che sgranano rosari da mane a sera
grattando gemiti dalle bocche sdentate
 
Sventola, non ci pensare nemmeno
di mettere gli occhi addosso ai marinai
appena caduti sbronzi nei bar del porto
Sventola, faresti girare la testa a un morto
Ma lo sai che sono malato di gelosia,
quindi non ci pensare proprio a dar via
le tue rose a qualcun altro che non sia io
Sventola, sono malato di gelosia, di gelosia
Sventola, bionda di grano, sono fatto di te
 
Sventola, bionda di grano, al mattino
non metto su il caffè, mi faccio del sogno di te
Ti penso contando i secondi sull’orologio
Immagino come sarebbe bello spogliarti
di tutti i tuoi petali rossi; è che son drogato
drogato, drogato del tuo grande cuor
 
E se quel disgraziato ti spoglia un’altra volta
col suo sguardo da buffone, gli rifaccio il trucco
Ti giuro che lo mando giù lungo disteso 
a mordere la sabbia – a chiacchierare con dio
Sventola, bionda di grano, che vivi tra le rose,
che non conosci le spine e che eppur sai far male
se te lo metti in testa, ti giuro ti farò dimenticare
il vizio, le sigarette e il whisky dei dongiovanni
alla tua corte
 
Sventola, molla la casa di bambole adesso
Sventola, sono malato di gelosia, di gelosia
Sventola, bionda di grano, sono fatto di te
 
Sventola, molla la casa di bambole adesso
Sventola, bionda di grano, al mattino
non metto su il caffè, mi faccio del sogno di te
 
Sventola, faresti girare la testa a un morto
 
Sventola, prima o poi ti spoglierò d’ogni petalo
Per dio, bambola, gli schiaffi non hanno effetto,
sono pronto a riceverne altri cento per far felice
il tuo cuor
 
 
 
 
 
Sei ancora piccola
 
 
Bimba, hai pianto per me, porca miseria
Eppure ti avevo messo sull’avviso
che non mi piacciono le lacrime sul viso
Hai pianto, e perché? solo perché la Cadillac *
che amavamo tanto è finita contro un camion?
Ringrazia dio che non c’eri accanto a me
quella maledetta sera - avevo un bicchiere
di troppo nella testa e nello stomaco
 
Bimba, quante volte te l’avrò ripetuto
che non mi garbano quelle che frignano
solo perché uno se ne va senza dar avviso!
Bimba, toglimi di sotto il naso quel fazzoletto
Sarò pure morto ma non sono rimbecillito
Bimba, portami un po’ di quel grappino
che mi offriva tuo padre quando venivo
a prenderti sotto casa e tutti alle finestre
a guardare il motore rombante e fumante
 
Bimba, toglimi fuori da tutto questo tufo
Non l’ho mai digerito, proprio mai
Oramai dovresti conoscermi come le tue tasche
Dammi qualche cosa che mi tiri su il morale,
non quei confetti rosa che ti piacciono tanto,
piuttosto un po’ di quel bourbon che tua madre
tiene ben nascosto nella credenza in cucina
Bimba, toglimi da questo impiccio del diavolo
Quel fottuto Lancia Esatau non l’ho digerito
 
Bimba, non mi dire che stai ancora piangendo
Non lo sopporterei mai e poi mai
Portami qualcosa di forte e un fiore, uno solo però
Non potrà farmi male più di tanto, non più di tanto
purché tu non vada in giro a vantartene con le amiche
Bimba, asciuga quelle lacrime e lasciami cantare
quanto sei piccola… non sei proprio cambiata
in tutti questi anni, sei rimasta piccola piccola
 
 
* In realtà Fred Buscaglione guidava una Ford Thunderbird color lilla quando si schiantò perdendo la vita a soli 38 anni; in questa canzone-poesia c’è invece una Cadillac per pura esigenza di strada, perché fa più americano una macchina così.
 
 
 
 
 
Dolce è la vita
 
 
Piccola, vuoi venire a rinfrescarti con me?
Non ti preoccupare per il costume se non ce l’hai,
tanto te l’avrei tolto ben prima d’arrivare al mare
Avanti Piccola, fammi vedere che sai fare
Mi hanno detto che sei un disastro ma non in amore
Mi hanno assicurato che quando prendi uno
lo sbatti su e giù finché non ti muore sul petto
 
Avanti Piccola, monta sulla mia Cadillac confetto
e facciamo follie fino a che sarà l’alba o la morte
Avanti, salta su questo bolide e non ci pensare ai vecchi
che se la vedono passare davanti in tv la vita
Vieni a farti fare quello che solo un vero uomo sa
Non indugiare più, non indugiare più, anche Gesù
alla fine è sceso dalla croce, non vedo perché tu no
Avanti, non esitare più, Piccola, dammi tutto il miele
e ti porterò sulla strada dell’inferno con me
 
Piccola, un po’ di coraggio, vieni a far follie con me
E non ti preoccupare per le nude curve che proteggi
sotto la malizia, tanto nella Fontana di Trevi ti bagnerai
Vieni a farti fare quello che solo un vero uomo sa
 
Vieni a farti fare quello che solo un vero uomo sa
Avanti, manda al diavolo il papà e quel prete bovino
Piccola, sei nata per finire con me… dammi la mano
e ti insegnerò i segreti sulla strada dell’inferno più hot


le labbra di Angelika Karamella

le labbra di Angelika Karamella



A Parigi io e te
 
 
Bimba, giù in paese lo sanno tutte
che sono un maiale e un porco di nome
e di fatto, che non ama d’esser sfrattato
Bimba, nessuno dubita che non ho freni
di fronte a un bel paio di tette grosse
Bimba, sei una bimba così tanto donna
e non te ne rendi conto, ma io mi gonfio
d’amore al sol guardarti nella scollatura
 
Bimba, sono un maiale, so che ti piacerò
Le mutandine non le mettere, mettile invece
bene in vista nel taschino della mia giacca,
e andiamo al bar Gino a farci ammirare,
a farci tirare chiacchierare dalle beghine
che non l’hanno mai fatto in confessionale
né in nessun altro dove
 
Bimba, che dici, andiamo a Parigi?
Non ti mettere come un’oca, ti sono accanto:
di che altro hai bisogno? forse d’un noir?
Non hai bisogno di altro ornamento, credimi
Butta quel libro triste, tanto si sa che finisce…
che finisce male, tutti morti ammazzati
Bimba, lascia sulla sedia la tristezza e andiamo,
andiamo lontano da qui, dalle solite chiacchiere
Andiamo a braccetto a Parigi sui boulevards
Andiamo a farci ritrarre in una cartolina
bagnati dall’argento della Luna e baciati
per sempre dalla maledizione di Rimbaud
 
Bimba, accompagnati al mio braccio
Sono un maiale e un porco di nome
e di fatto; è per questo che ti piaccio
più a lungo di chiunque altro ci abbia
mai provato a strapparti dalla monotonia
 
Bimba, nessuno dubita che non ho freni
di fronte a un bel paio di tette scoperte
Bimba, sei una bimba così tanto maiala
e non te ne rendi conto, ma a me si gonfia
in petto il core e nella patta il canarino
quando ti guardo dritto negli occhi
 
Bimba, non ci pensare, andiamo a Parigi
Andiamo a Parigi, a Parigi a farci vedere

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 09:43 | poesia, amore, amicizia, iannozzi and friends | clicca per commentare commenti (24)



Mariarosaria Rossi e la scollatura: Italia, eccitati!

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - giovedì, luglio 03, 2008



Mariarosaria Rossi: Italia, eccitati!



Mariarosaria Rossi nel corso del dibattito alla Camera sul decreto fiscale
mostra a tutti una generosa, fin troppo generosa scollatura,
che, ovviamente, catalizza l'attenzione su di lei.

Nella sua scollatura affonda non solo l'occhio bovino dei politici
ma anche quello dei giornalisti,
che non possono fare a meno di notare il suo pendaglio di Forza Italia.
Questo è talmente pacchiano che è impossibile non notarlo.
Ma bisogna perdonarla: Mariarosaria Rossi è bella e giovane,
originaria di Piedimonte Matese in provincia di Caserta,
36 anni appena, e negli anni passati si è duramente sudato 
un comunissimo diploma di istituto tecnico commerciale.

La bella Mariarosaria Rossi è stata eletta nella 15ma circoscrizione Lazio 1
e questo è il suo primo incarico.
Non ci è dato di sapere quanto se ne intenda di materia fiscale,
però il suo reggiseno dovrebbe essere soggetto a una pressione
fiscale molto forte, così a occhio e croce!

In ogni caso il deputato è stato eletto e così oggi siede
e si mostra comodamente
nella commissione giustizia della Camera.

Che Dio ce la mandi bona!

Mariarosaria Rossi e la scollatura


by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 08:15 | politica, donne, satira, umorismo, politici, primo piano, costume, prima pagina, curiosità, ultime notizie, goliardia, videonotizie, società e politica, notizieflash, dalla parte delle bambine, diritti dei politici | clicca per commentare commenti



Il mangiapatate del Valhalla

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  -






Il mangiapatate del Valhalla


di Giuseppe Iannozzi



Frans teneva una brutta nomea giù in paese: tutti lo additavano Giuda, un’ingrata fama per chiunque quella che Frans s’era fatta nel corso degli anni, porcata dopo porcata.
Io lo conobbi ch’era già vecchio. Francesco non era italiano: veniva dal Valhalla, così la chiamava lui la Germania di Hitler ed Eva, e ogni volta che ne diceva la riempiva di mitologia norrena, e soprattutto la portava dentro la Canzone dei Nibelunghi. Non poche volte finiva col tirare in ballo Schopenhauer e Nietzsche e Wagner e Sigfrido. Aveva visto i lager, e anche se non lo aveva mai ammesso con nessuno, forte era il sospetto che fosse stato un kapò. Non si chiamava neanche Francesco: in realtà era Frankobert. Però tutti lo si chiamava o Frans, all’italiana, o Giuda se lo si voleva prendere per i fondelli, e quando proprio non lo si voleva fra i piedi Crucco. Aveva ormai più di settant’anni, i capelli bianchi e tagliati corti ma ancora particolarmente folti; il volto non recava nessun segno di particolare bellezza, solo rughe sulla fronte ma nemmeno poi tante a volerle contare, occhi piccoli d’un nero inteso e profondo, labbra sottili; mascella debolmente volitiva con un che di cagnesco lungo gli zigomi, forse per via della barba che Frans teneva corta sempre curata al millimetro. Era un uomo grosso nonostante l’età: godeva di buona salute nonostante fumasse parecchio. Qualche volta s’era lamentato d’un’emicrania che non ne voleva che sapere di farsi da parte; aveva consultato il Dottore giù in paese e quello gl’aveva detto ch’era a grappolo, probabilmente d’origine ansiosa, dovuta alla tensione. Gl’aveva fatto fare delle analisi del sangue ma niente. Per scrupolo anche una tomografia assiale computerizzata: niente di niente, quell’uomo era sano come un pesce, perlomeno per le attuali conoscenze mediche. Non avendo ottenuto alcun risultato, Frans aveva sbottato un po’ pestando i pugni sulla scrivania del Dottore: poi s’era arreso, più per noia che per mancanza di coraggio e aveva promesso che avrebbe fumato qualche sigaretta in meno, ma in maniera più che recisa aveva rifiutato gli ansiolitici che gl’erano stati prescritti.
Le sue simpatie nazionalistiche non erano un mistero per nessuno: quand’era più giovane aveva dato del filo da torcere a un po’ tutti i socialisti e più d’una volta era venuto alle mani con sindacalisti e giovani sessantottini urlando proclami nazisti alle loro marce contro la guerra. Poi in Italia era scoppiato il terrore rosso, le Brigate Rosse, una scia di sangue che non mancò di portare la sua eco anche agli orecchi di Frans, il quale, neanche poi a torto, sputò in terra, in piazza davanti a tutto il paese, per proclamare che i brigatisti erano gli aborti d’un comunismo malato. Investì non poca foga per dare addosso ai fondatori delle BR, Alberto Franceschini e Renato Curcio definendoli peggiori di qualsiasi abominio al mondo e ch’era uno schifo che andassero in giro a piede libero dicendosi eredi della lotta partigiana. Disse pure che le BR volevano far fuori tutta la Democrazia Cristiana per instaurare una dittatura proletaria, al che tutti gli risero in faccia e molti se le presero di santa ragione. Ma il pasticcio accade quando le BR prendono Aldo Moro: il 16 marzo 1978 danno l’assalto in via Fani, a Roma, a l’auto su cui viaggia il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Tutt’e sei gli agenti della scorta vengono uccisi, Moro viene invece trascinato via dalle BR in un covo, in via Gradoli, sempre a Roma. Aldo Moro è al terzo piano d’un condominio, in una stanza dietro una libreria in attesa di subire il “processo del popolo”. A quel punto, anche chi non poteva vedere Frans per antipatia, per colpa delle sue idee, dovette allentare il morso: il rapimento di Moro era un fattaccio troppo grosso per lavarsene le mani e qualcuno, dopo il ritrovamento del cadavere di Moro, senza dire nulla lasciò l’impegno comunista giù alla sede del partito. Furono non pochi quelli che dopo il dramma lasciarono la politica attiva per dirsi apolitici. Era la vittoria di Frans e la sconfitta della democrazia. Non bastano i posti di blocco allestiti in tutta Italia né serve che il MSI invochi la legge militare, né servono Giulio Andreotti ed Enrico Berlinguer per far fronte all’emergenza. Le BR diffondono un ultimo comunicato e l’8 maggio del settantotto, dopo cinquantacinque giorni di prigionia, Moro viene brutalmente ucciso. Il cadavere viene rinvenuto nel portabagagli d’un’auto rubata in via Caetani, in pieno centro dell’Urbe, simbolicamente tra Piazza del Gesù, sede della DC, e Via delle Botteghe Oscure, sede del PCI. Se ci furono quanti condannarono apertamente l’omicidio di Moro, di più furono quelli che con il loro silenzio fecero capire che così doveva essere.
 
* * *
 
Gli anni passarono, non furono facili e più d’una volta giù in piazza si venne alle mani e qualcuno perse più d’un dente. Ma appunto in un paese, per quanto grande sia, le cose rimangono in famiglia compresi rancori e invidie. Come si suol dire, i panni sporchi si lavano in paese. Frans attraversò incolume gli anni Ottanta e ne fece di cotte e di crude, più volte con l’inganno: una sorta di Jago shakesperiano ma più bastardo, un Giuda a tutti gli effetti. Quando non gli riusciva di mandare a gambe all’aria il nemico, allora lo prendeva da parte, gli sussurrava qualcosa all’orecchio e quello si menava poi la zappa sui piedi da sé. Frans teneva sempre l’orecchio bene in allerta: non c’era malignità di cui non fosse a conoscenza e alla prima occasione la sfruttava per mettere due contadini l’uno contro l’altro o due assessori, e via dicendo. Era un Giuda. Lo sapevano. Tutti lo additavano così. E tutti però lo ascoltavano, perché quando chiamati la curiosità era più forte d’ogni buonsenso.
Gli anni passarono e quello ch’era un semplice paese finì con l’acquistare vizi e malattie delle città: non che prima fosse tutto rose e fiori, ma dopo la grande crisi degli anni Ottanta, delle fabbriche chiuse, le strade allargarono i loro confini per dar riparo a loschi individui, perlopiù bosniaci. Arrivarono dall’Est le donne a fare la vita. I clienti locali non mancarono, anzi furono loro i primi ad approfittarne, a dare l’esempio e per questo furono ripagati con prezzi di favore. La prostituzione divenne una piaga e Frans, che odiava i bosniaci, diceva che oramai s’era in Sodoma e Gomorra. Per quanto fosse maligno Frans, non diceva poi il falso: il problema è che non tollerava le puttane bosniache, perché fossero state italiane ci sarebbe andato pure lui a inzuppare il biscotto. Ma con una bosniaca no, non ci sarebbe mai andato. E allora tempestava tutti, spettegolava alle loro spalle, si occupava di scappatelle e di altro ancora, poi riferiva: matrimoni e famiglie sfasciate per un brucior di ventre, e Frans ci godeva più che se avesse scopato con una donna. Far del male gli riusciva naturale. Una sera una puttana lo chiamò:
“Frankobert, che ci fa da queste parti?”
Frans aggrottò le sopracciglia: “Non quello che vorresti.” E fece per tirar lungo.
Ma quella lo richiamò. “Frankobert, non vuole scopare?”
“Non te.”
“A te non piacere noi?”
Frankobert finse di non sentire, ma quella continuò a chiamarlo con quel suo vocione rauco: e allora comprese.
“Tu sei un trans.”
“Trans e Frans!” E così dicendo scoppiò in una risata di gola.
Francesco ci vide rosso, o meglio vide nero e non ci pensò su due volte a correre incontro a quella. Prima che se ne potesse render conto era a terra con un labbro rotto e sanguinante, piagnucolante e isterica. Frans le aveva tirato un cartone con tutto il peso del corpo e se quella fosse stata una vera donna, poco ma sicuro, che le avrebbe spaccato la mascella. Ma anche così, per l’infelice fu un colpo che le fece inghiottire denti sangue e parole, le poche che sapeva in un italiano stentato. Frans avrebbe voluto suonargliele di santa ragione, ma quella s’era messa a piangere proprio come una donnetta e si stava facendo gente dappresso. In distanza sentiva i loro passi. Le assestò un paio di calci nel culo e come niente fosse, con calma, si ritirò nel buio ma insoddisfatto: prima o poi gliel’avrebbe fatta pagare, non se la sarebbe cavata con così poco.
 
Tre le trovarono morte, sgozzate: un sorriso da orecchio a orecchio. Ma nessuno in paese credeva che quel sorriso si potesse collegare a qualche organizzazione malavitosa nostrana. Era chiaramente un tentativo per depistare le indagini: chiunque le avesse fatte fuori a quelle poverette, doveva essere uno dell’Est, un pazzo, un Evilenko. Una di loro era un trans. Quando il fattaccio venne alla luce, Frans fu uno dei sospettati: ma a suo carico non c’era alcuna prova, così non si fece niente, neanche un mandato per frugargli nelle tasche. E Frans, in posizione di vantaggio, non mancò d’accusare i rossi, gli stalinisti, gridando ch’erano stati loro a portare la peste e che adesso stanchi d’avercela sempre fra le gambe s’erano decisi a farla fuori. In piazza si venne più volte alle mani: i paesani contro Frans, botte da orbi, denti che volavano e occhi pesti. Non intervenne nessuno, nemmeno le forze dell’ordine: che se la vedessero fra di loro finché avevano denti in bocca da sputare.
 
Ed intanto gli anni continuavano a staccarsi dal calendario; molti rancori vennero a galla, altri furono seppelliti insieme ai loro padroni e Frans la fece franca. Ma oramai era sul viale del tramonto, così almeno si credeva: non più giovane, era considerato al pari di uno dei tanti vecchi del paese. Francesco, o Giuda o Frans o Frankobert, era un vecchio con l’emicrania: ancora un uomo in forze, lo sguardo maligno del nazionalista convinto, la barba corta e curata al millimetro. Sì, era un uomo capace d’incutere timore. Lo conobbi per caso, diciamo pure così! Io ero arrivato da poco in paese e non sapevo granché, tranne che non mi piaceva molto il clima: l’istinto mi diceva che c’era qualche cosa di stonato, anche se non avrei saputo dire con precisione.
Ero seduto al bar, in piazza, accanto a Giuda che cercava di conquistarmi, arrivando al punto di offrirmi persino una sigaretta. Che accettai nonostante non fumassi più da parecchio tempo.
“Non dovrei fumare. Sempre questa emicrania. I dottori non capiscono…”, sbottò e mi fece accendere.
Tirai una generosa boccata: “Lei è un trapiantato.”
“Già. Gliel’ho detto: sono arrivato qui che ero giovane.”
“Non è vecchio.”
“Porto gli anni meglio di tanti altri. Ma non è essere giovani.” Buttò fumo dalle nari: “Pensa di trattenersi a lungo?”
”Non lo so.”
”Il famoso non lo so. E’ capitato pure a me. Ed eccomi qui.”
“Qualche rimpianto?”
“Non lo so.” E scoppiò a ridere. “Il fatto è che il paese è un vizio uguale alle città.”
“Credo di non capire. Se potesse…”
“Facciamo che ci diamo del tu: così è più facile… Che vuoi sapere?”
”Il paese è tranquillo.”
”Solo in apparenza. E’ un covo di vizi. Omosessuali, scambisti, puttane e comunisti. Un tempo tutta questi sarebbero finiti altrove…”
“Altrove, dove?
“Hai capito. Non fare il fesso.” E tirò fuori uno dei suoi sorrisi.
Aveva ragione: avevo capito, ma volevo che fosse lui a dirlo.
“Frans, perché mi hai raccontato la tua vita?”
”Forse solo perché volevo raccontarla a un giovane come te.”
”Non ho niente di speciale.”
“E invece sì. Hai la faccia dell’ingenuo. E io non mi fido degli ingenui. Era meglio che mi mettessi subito in chiaro con te. Potrai far fessi gli altri ma non me.”
Finsi di non capire.
“Hai capito benissimo. Ci stai provando…”
“Come?”
“Vuoi una confessione per poi sbattermi in prima pagina.”
”Non sono un giornalista.”
”Chi cazzo se ne frega! Però vuoi il mio culo. Ce l’hai scritto in fronte.”
“Tu non hai segni di rughe, una gran bella faccia…”
La battuta lo fece sorridere debolmente: “Sei spiritoso, ma non abbocco. Le rughe ci sono e io non ho fatto niente. E forse è proprio questo il problema: non ho fatto niente.”
”Che intendi?”
”Non credere che mi stia sbottonando.”
“Io non credo in niente, se questo ti può far piacere.”
Mi sorrise, come un diavolo di fronte a un angelo nudo e spennato, quasi con divertita pietà: “Lo vedi anche tu questo paese. Sono anni che ci sono dentro e non è cambiato. Gli anni sono passati, gli uomini con loro, ma niente di niente è cambiato veramente. La stessa mentalità di quando sono arrivato resiste ancora oggi. Come vedi sono colpevole di non essere riuscito a cambiare una virgola qui.”
“La cosa ti dà fastidio? E perché mai? Il paese non è tuo, intendo che tu non sei di queste parti, non te ne dovrebbe fregare delle opinioni di questa gente.”
”Te l’ho già detto, qui tutti scambisti e comunisti. Un vizio non diverso da quello delle città.”
”Non spetta a te giudicare.”
“Lo sai come mi chiamano?”
Scossi il capo.
”Te lo dico io come mi chiamano: Giuda. E sai perché?”
Imbarazzato ma non troppo, scossi di nuovo il capo.
“Perché mi hanno attribuito i loro crimini, quelli dei rossi. Ma io non sono dei loro. E’ chiaro?”
”Certo. Tu sei stato nei lager.”
”Infatti.” E non aggiunse altro: speravo davvero che gli sfuggisse un accenno ai lager, al suo passato di kapò e soprattutto se lo era stato e con quale ruolo. Ma i suoi settant’anni resistettero alla mia astuzia, che a lui doveva sembrare davvero tanto ingenua, divertente.
“Hai fatto qualche cosa di…”
Frans scoppiò in una risata cavernosa.
Dopo che si fu sfogato: “E tu saresti quello che non vuole da me una confessione! Ti ho detto che mi chiamano Giuda. Ma mi chiamano anche Crucco, e lo sai perché? Per prendere in giro i miei natali, la grande canzone dei Nibelunghi.”
”Non capisco.”
”Sei un furbetto.” Mi sorrise malevolo: “E patetico.” Sospirò. “L’hai vista questa gentaglia? Sono neri, come se fossero stati gettati nel carbone sin dalla nascita. Non c’è un solo centimetro di bellezza in loro, sono sporchi dentro e fuori. E sono comunisti.”
“E questo te li rende… antipatici?”
“Sono dei rossi e sono brutti. Guardali bene: sembrano i figli del diavolo.”
“Non ho mai visto un figlio del Diavolo. Credo sia un personaggio alquanto riservato.”
”I suoi figli sono i condannati. Tutta questa marmaglia finirà all’inferno prima o poi.”
”Allora non dovresti preoccuparti.”
“Io non mi preoccupo.”
”Non dai questa impressione. Perdona la franchezza, ma non sei quello che vorresti lasciare a intendere”; lo stuzzicai. “Sei una mammoletta. Come loro. Si vede che gli anni ti hanno rammollito.”
Tacque. Poi mi sorrise, un sorriso che mi fece arricciare l’anima: “Fai il furbetto, ancora. E’ un gioco che ti diverte. Peccato tu stia dalla parte sbagliata.”
”E quale sarebbe la parte giusta?”
”Il Valhalla è Giusto.”
Cercai di reprimere una smorfia, ma Frans se ne accorse: “Sei uno stronzo, lo sai?”
“Mi riesce bene.”
“E’ la sola, purtroppo per te. Direi che la nostra chiacchierata è terminata.”
”Hai fretta, Frankobert?”
“Perché sei venuto in questo luogo dimenticato da dio?”
”Per incontrarti.”
”Finalmente un po’ di sincerità.”
”Si dice che in questi anni non ti sei risparmiato: una porcata dietro l’altra.”
“E tu ci credi.”
”Non dico che non ci credo.”
“Sono in arresto? O hai intenzione di portarmi in qualche circo itinerante?”
”Nessuna delle due cose.”
“Che vuoi?”
”So benissimo quante volte hai fatto a pugni coi socialisti…”
”Se è per questo se le danno anche fra di loro…”
“Non è questo il punto. Tu sei…” Non volevo dirlo così ma glielo dissi: “…un sospetto.”
”Ti sbagli: un nazionalista, un tedesco. Io affronto la vita con coraggioso pessimismo, mentre tutti gli altri no: comunisti e cattolici al tempo stesso. Ciò che viene pensato è quella cosa al di fuori della vita terrena, quindi è priva di significato.”
“Il noumeno.”
”Le catene di Platone e di Kant.”
“Il Valhalla invece no…”
”Se all’umano si contrappone l’inumano, allo spirito saggio si contrappone quello malvagio e alla veracità si contrappone la menzogna, il mondo è essenzialmente diviso fra coppie di antagonisti.”
“Ζωροάστρης, Zōroastrēs”
“Cominci a capire. C’è un posto per chiunque venga scelto, ma è più semplice trovare un posto che entrarvi.”
“Le cinquecentoquaranta porte. Frankobert, tu sei malato.”
“Sei un dottore? Che ne sai tu del nuovo mito? Niente, niente come queste pecore in odor di socialismo.”
Rimanemmo in silenzio, a lungo, guardandoci negl’occhi, pronti a sbranarci.
 
* * *
 
Anno 2028 d.C.
 
Quella volta da Frans non ci ricavai nulla. A mani vuote ero andato a incontrarlo, forte solo della mia ingenua giovinezza, e a mani vuote ero tornato indietro, o meglio: con la coda fra le gambe. Non ebbi più modo d’incontrarlo. Avevo fallito miseramente.
Ma gli anni cominciarono ad accumularsi anche per me e con essi le delusioni. L’Italia la vidi cambiare radicalmente, non sono mai stato un patriota, però mi fece male vedere che i poveri, nel giro di trent’anni o poco più, diventarono la maggior parte della popolazione. Con gli anni i Governi che si avvicendarono furono sempre più di manica larga verso gli extracomunitari, i clandestini e i profughi: il paese si riempì di tante e tante etnie, e tutti volevano un pezzo della bengodi, ma l’Italia era sol più un territorio per metà ridotto a mero deserto e per l’altra metà povero in canna, insomma nulla che potesse aver a che fare coi reality show e le soap-opera passate sul Satellite di Stato che mostravano una terra ubertosa, di donne belle e giovani e di soldi facili. La realtà era ben diversa: il paese era finito sotto i colpi della rivolta civile più volte senza concludere nulla, le strade erano prese d’assalto da disperate lotte fra poveri. La legge non interveniva: nessun poliziotto aveva voglia di rischiare la pellaccia per sedare una rissa fra cinesi slavi italiani. I negri erano quelli che più se ne stavano tranquilli: bastava non pestargli i piedi, lasciarli liberi di spacciare, lasciarli liberi d’aggregarsi ai pusher nostrani. I Governi, solo all’inizio, tentarono d’arginare l’afflusso di clandestini, poi lasciarono che cani e porci entrassero: i controlli sulle coste furono smantellati nel giro di pochi anni, e i pochi rimasti a controllarle chiudevano sempre tutt’e due gli occhi, in non pochi casi per sempre con una pallottola in fronte.
A causa del buco nell’ozono, l’inquinamento fece del cielo un largo sudario grigio, onnipresente: al mattino uno si svegliava già madido di sudore con le lenzuola appiccicate al corpo, fuori c’erano già venticinque gradi e l’umidità era sempre non inferiore al novanta per cento. Durante il giorno la temperatura saliva fino a quaranta gradi e oltre. Ma i pochi che potevano permettersi d’andare in macchina non lesinavano sulla benzina, nonostante questa avesse oramai toccato costi proibitivi, più dell’oro. I pochi ricchi si spostavano solo in auto: il più delle volte ne possedevano un’intera scuderia, garage con dieci o venti automobili e tutte diverse. I poveri utilizzavano, per forza di cose, i mezzi pubblici vecchi di almeno cinquanta anni. Ma avevano pure le loro carrette, vecchie macchine capaci di tirare fuori l’inferno dal tubo di scappamento. Erano mezzi illegali, ma a nessuno gliene fregava granché. Motori truccati che inquinavano l’aria, e i morti di cancro ai polmoni ogni giorno non si contavano neanche più. I governi, tutti ammantati nell’aura d’un presunto socialismo, lasciarono che i poveri si ammazzassero pure fra di loro: l’importante era che potessero riempire le loro pance. I generi alimentari non geneticamente modificati avevano prezzi proibitivi, solo i politici e pochi altri con le mani in pasta se li potevano permettere; per tutto il resto della popolazione c’erano gli OGM, così si era finito col chiamare ogni cosa, dal panino alla sportina di broccoli.
 
All’inizio fu solo una voce, poi, dopo due anni, nessuno metteva più in dubbio che i palazzi governativi fossero diventati postriboli con tanto di maitresse e prostitute ordinabili 24 ore su 24. Solo all’inizio qualche giornale osò parlare di scandali sessuali; poi tutto fu insabbiato. E quando tutti lo seppero che Palazzo Madama era un unico grande covo di vizi, nessuno disse più nulla e nessuno parlò più di scandalo. Che Palazzo Madama fosse diventato un postribolo di lusso non sconvolgeva più la coscienza di nessuno; in strada si moriva di caldo, di fame e di coltellate, a chi gliene poteva fregare che Sodoma e Gomorra fossero risorte alla luce del sole?
 
Ebbi modo di pensare a Frans, anzi a Frankobert: mi chiedevo se fosse stato veramente colpevole degli assassini nei campi di concentramento nel ’39 - ’45. Doveva essere finito sottoterra da un bel pezzo… Ma un giorno ricevetti una telefonata: il centralino non seppe dirmi di più, solo se accettavo la chiamata a mio carico. A malincuore accettai. La voce era arrochita, ma era indubbiamente quella di Frans. Fu breve, mi chiese d’incontrarlo, allo stesso posto…: “Dovresti essere sottoterra da un pezzo, Francesco.”
“Ti è andata male. Sono vivo e vegeto”. E riattaccò.
 
Frans non era cambiato. Era come se gl’anni per lui non fossero passati affatto. Aveva la stessa aria grigia e temprata di quand’era un settantenne. Lo fissai non poco sbigottito, poi gettai lo sguardo sulle mie mani incartapecorite, livide, quelle d’un vecchio; e in quel preciso momento mi convinsi che Frankobert per mantenersi così doveva aver stretto un patto col diavolo.
Mi salutò strizzando gli occhi. “Ci si rivede.”
“Ne è passato del tempo.”
“Già! Con te è stato impietoso.”
Non me l’aspettavo. Frans non si preoccupò di addolcirmi la pillola, anzi: “Adesso sembri più vecchio di me. E malmesso anche a salute scommetto. Io, la solita emicrania. C’ho fatto il callo.”
E scoppiò a ridermi in faccia.
“Perché mi hai chiamato?”
”Perché non sono cambiato secondo te?”
Mi strinsi nelle spalle. Non avevo una spiegazione plausibile: il livore mi consumava, vederlo lì, fresco, uguale a come tanti anni prima l’avevo lasciato.
“No che non lo sai. Il mio sangue è puro, non come il tuo.”
“Puro”, ripetei meccanicamente.
“Esatto. Puro. La mia famiglia è d’un ceppo puro al cento per cento. Nessuno del nostro ramo si è mai accoppiato con un debole, con uno che non fosse genuinamente tedesco.”
“Non significa niente.”
”Significa invece. Credi che l’arianesimo fu tutta una cosa sporca per fare fuori gli Ebrei, i politici scomodi, gli omosessuali, vero? In parte fu anche questo. Ma l’arianesimo fu soprattutto la ricerca della purezza della razza, perché solo tramite la purezza del sangue l’uomo può essere realmente forte. Come me.” E si batté il petto con un pugno. “Ti chiedevi anni fa se avessi visto i campi di concentramento. Li ho visti. Ci sono stato dentro anche.”
“Adesso non è più importante.”
“No, invece lo è. A me non interessavano gli Ebrei, né le docce. Fosse stato per me li avrei confinati in una regione tutta per loro e morta lì. Hitler era un pazzo. Ma è stato anche un uomo di grande acume. Quel piccoletto scoglionato, nero e brutto come la fame, comprese che il sangue puro è l’unica medicina per fare l’uomo forte nei secoli dei secoli. Quello che invece non comprese è l’intelligenza altrui, anche di quelli col sangue misto e sporco come il tuo. E’ stato questo suo non capire la sua rovina.”
“E’ un cumulo di idiozie.”
“Se è come dici, perché io sono ancora qui e tu hai già un piede nella fossa? Sei sicuro che sia solo un cumulo di idiozie?”
Non sapevo che rispondergli. “Guardati intorno. Il mondo è cambiato. Non c’è più traccia di sangue puro. I vampiri sono morti di fame! E sai perché? Perché il sangue misto è uno schifo, non dona l’immortalità né contribuisce a rendere la razza umana più forte. Gli incroci di etnie diverse sporcano il sangue, lo avvelenano di tare genetiche.”
”Non è vero”; ribattei debolmente tenendomi a distanza da quell’essere mostruoso, che eppure m’affascinava. “Non è mai stato dimostrato…”
“Dimostrato, che cosa? Pretendevi forse che qualcuno ti venisse a dire che a forza di incroci l’uomo s’indebolisce?”
“E’ dimostrato che riprodursi all’interno d’una ristretta cerchia porta nelle generazioni venture tare genetiche, come l’emofilia, l’albinismo…”
“Sei proprio un ingenuo. Non parlo di scoparti tua madre o tua sorella o tua cugina per avere una sana discendenza. Parlo di tutt’altro. Parlo d’un sano accoppiarsi fra tedeschi di Germania. Di rimanere all’interno della propria razza frequentando famiglie sane nel corpo e nella mente. Di questo parlo. Non parlo di inutili e bestiali incesti medioevali.”
“Frankobert, hai le prove di quello che dici?”
Mi sorrise in modo strano. Si alzò dalla panchina dov’era seduto. Era dritto come un fuso: per lui gl’anni era come se non fossero passati. Solo qualche ruga in più sulla fronte da come lo ricordavo, e forse la mia memoria faceva pure cilecca, mentre io ero gobbo, tremante, col cuore malmesso e non avevo neanche la metà dei suoi anni.
“Sono io la prova, vivente per giunta. Non è abbastanza?”
Scossi il capo.
Non volevo credere che quella fosse la spiegazione.
Non poteva essere come diceva Frans.
“Il patto con il Diavolo!”
“Chiamalo pure così se vuoi, ciò non toglie che questa è la verità.”
“Che farai?”
“Non sono l’unico.”
“Lo sospettavo…”
“Che farete dunque?”
“Abbiamo tempo.”
“Capisco.”
“Non ti preoccupare. Quando il mondo cambierà tu sarai sottoterra già da un pezzo.”
“Avresti dovuto dirmelo tempo fa…”
“Quand’eri ancora giovane. Ora sei solo un vecchio noioso. Un trombone, vero?”
“L’anzianità non viene ben vista… se è questo che intendi.”
“Ti irridono per le tue idee. Eppure andavano di moda.” Scoppiò a ridere: “Ma oggi non più.”
“Non sono cambiate le mie idee, solo il corpo mi ha abbandonato.”
“Se non hai un buon corpo, e tu non ce l’hai più, non hai neanche più una mente che si possa dire sana.”
“Mangiapatate del cazzo!”, farfugliai. Il petto mi bruciava. Mi portai una mano sul cuore, mentre Frankobert mi osservava con occhio cinico.
“Ecco la fine che farete tutti. Resisteranno solo i più forti, perché hanno capito che la purezza è la sola medicina per resistere alla vita. La vita non è socialismo né comunismo, che portano l’uomo a mischiare il proprio sangue con cani e porci.”
“Non è così… Cuba, per esempio…”
“Cuba è ancora sotto embargo. I cubani scopano con i cubani. Non fosse stato per l’embargo, a quest’ora avrebbero tutti il sangue annacquato e malato, come il tuo.”
“Mi stai suggerendo che…”
“Ci hai preso. E’ stato la loro fortuna più grande. Quella cazzo di isoletta forse se la caverà, ma non per merito del comunismo. Solo perché è stata una cellula isolata dal mondo, sino a ora. Il comunismo è poi solo una parola masticata, che passa di bocca in bocca, come un chewingum, null’altro. Una parola.” E così dicendo scoppiò a ridermi in faccia mentre il bruciore al petto andava intensificandosi.
 
Quando ripresi conoscenza la faccia di Francesco era sulla mia.
“Hai avuto un infarto”, mi disse subito senza mezzi termini. “Fossi in te non ci proverei neanche ad alzarmi. Me ne starei bello straiato per terra. Non che questo ti salverà la vita, ma forse qualche ora in più riesci a fartela, per il Diavolo!”
“Credo tu abbia ragione…”, bofonchiai.
“Certo che sì.”
“Dove… dove siamo?”
“Dove ci siamo incontrati.”
“Fa freddo.”
“L’aria serotina è fredda. Il tramonto sta scavando le montagne. Uno spettacolo. Per te niente Valhalla… Uno spettacolo davvero.”
Poi tacque. E anch’io.




Lord Ninni (Ninni Raimondi)

Lord Ninni (Ninni Raimondi)

interviene su “Il mangiapatate del Valhalla”
 
 
 
 
"Al contrario, [ ...] se fosse così, potrebbe non essere; e se fosse così, sarebbe; ma siccome non è così, allora non è. E’ logico”.
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio.

"- Non è un romanzo giallo - disse Paul - Si tratta invece di una strana forma di narrativa, che probabilmente rientra nella fantascienza.
- Oh, no - dissentì Betty. - Non c’è scienza e non è ambientato nel futuro. La fantascienza si occupa del futuro. In particolare di un futuro in cui la scienza è più progredita di oggi. Il libro non soddisfa queste premesse.”

Philip K.Dick, La svastica sul sole.


La fantasia sociale introspettiva collocata in un probabile futuro, o fantapolitica, può essere affrontata da parecchie angolazioni, privilegiando di volta in volta il suo carattere fabulatorio o profetico, catartico o cognitivo, oppure osservandola come scheggia d'avanguardia o prodotto di consumo, ma l'aspetto che qui interessa, credo, è quello di un "filo" che produce possibilità o la possibilità terrificante che un incubo divenga soltanto un sogno e che il sogno possa essere non più espressione onirica ma realtà. C'è un’ulteriore possibilità: il risveglio. Questo racconto opera, infatti, con maggiore specificità e autonomia rispetto a qualsiasi altra finzione letteraria, cioè si sforza di dare consistenza "strutturale" (sia essa cosmologica, biologica, sociale, storica) al proprio mondo, che significa anche coerenza, credibilità, verosimiglianza. Tutto questo l'ha spiegato, molto bene, Umberto Eco, nei suoi studi sulla semiotica narrativa. Tuttavia, se non è questa la sede per esplorare le convergenze fra logica, semiotica e narratività, è indispensabile sottolineare la sua funzione.

Già, perché quando pensiamo agli universi della "Fantasia antropologico/politico/letteraria", in genere l'immaginazione corre agli spazi sconfinati dell'ego e della storia più o meno sconfinati, verso un futuro più o meno lontano, trasfigurato da nuove e sensibili emozioni, più o meno oniriche; verso mondi e situazioni perdute o ad un passato fantastico, leggendario o storicamente documentato (magari in questo caso facendo attenzione a schivare le trappole disseminate nella giungla dei generi), dove ai piaceri dell'estrapolazione spesso si sostituiscono meccanismi più sfumati dell'immaginario.

In questo racconto i sentieri legati all'emozione, ego, realtà e possibilità, sono assai più sottili e imprevedibili; spesso legati a un filo, a un'esitazione più o meno consapevole non tanto di natura ermeneutica, cioè del tipo "Che cos'è, ovvero, qual è la natura del mondo o dell'oggetto che mi trovo davanti e come posso integrarlo nel sistema di conoscenze della mia vita per comprenderlo, ma ipotetica, cioè del tipo: "E se ...?", o meglio ancora, "che cosa sarebbe successo se ... ?".

Ma attenzione, perché il racconto sia attraente, le regole devono essere precise e rigorose ed è risaputo che non troppa emozione suscitano le facili generalizzazioni. Quindi, nel Tuo impianto e messaggio, la dimensione storica è irrinunciabile, verificando e approfondendo - con intelligenza - le conseguenze di un autentico mutamento del corso della storia umana, così come noi la conosciamo.
Il racconto, che serba la sobrietà tra equivoci e impurità nel momento della lettura avvincente ed emozionale, rimane tuttavia intrecciato a tutto ciò che è proiettato nell'asse della storia. Da qui si dipartono varie direttrici fabulatorie che testimoniano come Te, caro Giuseppe, abbia individuato nella storia un campo da gioco privilegiato, scrivendo insieme ad essa un capitolo decisivo dei nostri mondi emozionali e delle nostre paure.
Ti sei avventurato in lungo e in largo, attraverso l'asse del tempo, in spostamenti, viaggi e paradossi temporali creando una storia alternativa o meglio ancora un'alternatività storica che inquieta e stupisce agghiacciandoci.
Dolce musica e soddisfazione per chi legge e soprattutto, comprende quanto prezioso sia il lavoro che gli occhi divorano.

Questo è il trionfo della scrittura, caro Beppe.
Il trionfo dell’omogeinicità in questa vita che, piatta, può nascondere quelle provocatorie alternative che con garbo ed introspezione hai saputo scrivere e descrivere.

Veramente un bel brano!
Congratulazioni.

Con la migliore stima e riconoscimento, un abbraccio e un saluto cordiali.


Ninni Raimondi
Bologna, 5 Luglio, 2008

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 01:33 | racconti, fantapolitica, critica, politically scorrect | clicca per commentare commenti (18)



Per Berlusconi un Diavolo per capello - La vostra bacheca per gli OT

written by Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte  - mercoledì, luglio 02, 2008



Per Berlusconi un Diavolo per capello


Per Berlusconi un diavolo per capello


Senza pietà né rimorsi
il vento fa strazio
dei pochi capelli impiantati
di Silvio Berlusconi
mentre si trova ad Acerra





  Qui potete seminare i vostri OT

by kinglear | Bio Iannozzi - Tutta l'Arroganza dell'Arte |   plink 14:12 | uomini, satira, bacheca, umorismo, politici, ultime notizie, ot , notizieflash, cazzeggioselvaggio | clicca per commentare commenti (32)



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